Forse una delle migliori fonti per seguire le avventurose vicende della finanza italiana: Lorenzo Dilena che in questo articolo del 31 Dicembre scorso traccia la crisi dei vecchi equilibri e le possibili linee di mutazione del ristretto clan  dei grandi capitalisti nazionali.

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 Per gli equilibri del potere finanziario italiano, la crisi dell’euro è una garrota. A ogni giro, strozza sempre di più. Stanno saltando antichi legami e omertà. Così dopo il dimissionamento di Cesare Geronzi, quest’anno alle Generali è stato messo alla porta l’amministratore delegato Giovanni Perissinotto. Un miliardo di finanziamenti concessi alla Fondiaria Sai ha messo a dura prova la tenuta di Mediobanca e la poltrona del suo ammininistratore delegato Alberto Nagel, indagato peraltro per un’ipotesi di patto occulto con la famiglia Ligresti. Che a sua volta è stata definitivamente estromessa dai salotto buono di Piazzetta Cuccia e dintorni. Nel frattempo si è allungata la lista delle società in stato permanente di ristrutturazione (o di rilancio): dal privè del salotti buoni Rcs alla Telecom Italia, dall’Alitalia, a Risanamento alla Prelios, l’ex Pirelli Real Estate che è diventata una sorta di bad bank immobiliare da 8,5 miliardi di euro, sparsi sui veicoli e fondi. Le tensioni sul sistema bancario italiano, di cui il Montepaschi è la vittima più illustre, si riflettono a cascata sulla clientela. I problemi di liquidità, poi quelli sull’adeguatezza del patrimonio e, infine, il peggioramento della qualità dei crediti bancari convergono tutti nello stesso punto: i soldi sono finiti, e come ama ripetere il miliardario Warren Buffett, «solo quando la marea scende si capisce chi fa il bagno nudo».

Farsi prestare i soldi dalle banche per tappare i buchi o per fare investimenti è diventato difficile, anche per la clientela che fin qui ha saputo assicurarsi i posti migliori nei salotti buoni. I capitali occorre cercarli altrove. E occorre soprattutto farli fruttare. È una mezza rivoluzione per l’esangue sistema del capitalismo di relazione.

Una rivoluzione dagli esiti tutt’altro che scontati. Il “sistema” era già giunto al capolinea un anno fa. Nel corso del 2012 la decomposizione si è intensificata. Ma a un ritmo più lento di quanto fosse plausibile aspettarsi alla luce dei risultati delle imprese e delle operazioni di sistema. E con colpi di coda che hanno gravemente danneggiato gli azionisti di minoranza (privati e fondi) a tutto vantaggio delle banche creditrici, come è accaduto nell’operazione FonSai-Unipol. Per di più, proprio mentre le fondazioni, con qualche rilevante eccezione, sono costrette all’inerzia perché rimaste senza soldi, la vecchia logica delle operazioni di sistema riaffiora nell’azione di fondi come F2i guidato da Vito Gamberale. Oppure nella lobby discreta ma efficace di personaggi di spicco come il vicepresidente di Unicredit, Fabrizio Palenzona, che continua ad essere il dominus della Fondazione Crt malgrado la deludente performance gestionale dell’ente torinese.

Non sono mancati segnali incoraggianti. Salini ha strappato la gestione di Impregilo al gruppo Gavio, facendo appello al mercato (anche se la Procura di Milano sta verificando un’ipotesi di patto con il fondo Amber), e a dispetto della contrarietà del vecchio sistema. Persino Mediobanca si è dovuta arrendere all’evidenza e chiamare alla guida delle Generali un manager rispettato a livello internazionale come Mario Greco con il mandato di dare un taglio netto al passato. Il nuovo a.d. di Trieste ha esordito con una riorganizzazione manageriale e un esame approfondito delle attività delle compagnia, che farà anche luce sui rapporti incestuosi con i soci maggiori. Si è cominciato con la Palladio, ma in cima alla lista c’è la stessa Mediobanca. Un’operazione trasparenza che potrebbe preparare il terreno all’arrivo di nuovi investitori, attratti dalla battaglia assembleare o dalle prospettive a medio-lungo termine.

Nel 2013 il tema dell’attrazione dei capitali accomunerà grandi e piccole imprese, soprattutto se, come si prevede, la recessione proseguirà nell’anno che viene. Se le banche rimaranno impallate e bussare alle loro porte sarà un esercizio quasi vano, occorre allora creare le condizioni per far affluire i capitali dall’estero. L’allentamento della tensione e della percezione di rischio-paese sta riaprendo degli spazi, come confermano le due importanti acquisizioni annunciate a dicembre (General Electric/Avio, Mohawk/Marazzi).

Di fronte alla prospettiva degli investitori esteri, scattano due opposte reazioni. Una è gridare al lupo al lupo perché “gli stranieri ci portano via le nostre aziende a prezzi da saldo”. L’altra è di vedere il bicchiere mezzo pieno, apprezzando il ritorno di fiducia verso l’Italia e verso il futuro delle imprese italiane. Semmai adoperarsi perché ci sia un ambiente di mercato attraente per gli investimenti. Che non vuol dire promuovere agevolazioni fiscali o normative a questa o quella categoria di imprese, o addirittura a singole imprese, ma rendere più agevole a tutti fare impresa e creare lavoro. Nel rapporto Doing Business 2013 della Banca Mondiale, l’Italia è al 73esimo posto (su 185). In leggero miglioramento rispetto all’anno precedente ma con voti pessimi in materia di rispetto dei contratti, peso e semplicità della tassazione, costi per l’avvio di nuove imprese, ottenimento di permessi edilizi e persino per l’allacciamento dell’elettricità. «Fra i principali ostacoli al ritorno a una crescita sufficientemente elevata, oltre che sostenibile, vi sono l’insufficiente concorrenza e l’inadeguatezza della regolazione», ha detto il governatore Ignazio Visco.

Per funzionare bene un mercato ha bisogno non solo di buone regole ma anche di chi le faccia rispettare. Da questo punto di vista, il 2012 è stato un anno orribile per le autorità di vigilanza italiane e per la loro credibilità. Che si parli di trasporti (stradali, ferroviari e aerei) o di comunicazioni, di energia o di servizi di pubblica utilità, l’Antitrust e le altre autorità di settore sono il cane che abbaia di rado e ancora meno morde. L’Isvap, il controllore delle assicurazioni, è stato travolto dallo scandalo Fondiaria Sai/Ligresti. Verrà sostituita dall’Ivass, il nuovo istituto di vigilanza posto sotto l’ala della Banca d’Italia. Quest’ultima, a sua volta, si è vista esplodere fra le mani la crisi di Banca Mps, covata negli anni in cui Mario Draghi era governatore, e Anna Maria Tarantola responsabile della Vigilanza bancaria. Ma Siena non è l’unica preoccupazione per Bankitalia. L’imminente arrivo degli ispettori del Fondo monetario internazionale per la valutazione sulla stabilità finanziaria dell’Italia non lascia dormire sonni tranquilli ai banchieri e al loro controllore: sotto osservazione sono i crediti problematici e la loro copertura.

Sotto la presidenza di Giuseppe Vegas, infine, la Consob è andata assumendo un approccio sempre più da mediatore politico che non da autorità di mercato indipendente. A questo si aggiunge l’inclinazione sistematica a favore dell’industria finanziaria: tratto tipico di un’authority orientata al big business e non invece al mercato e quindi agli investitori. Nel frattempo i volumi negoziati sulla Borsa Italiana sono scesi a 500 miliardi dai 700 del 2011, le società quotate sono calate a 323 (da 328), le nuove quotazioni languono (sei in totale, di cui una sola, la Brunello Cucinelli, di un certo rilievo). L’azionario è dunque in coma, e riceverà un’ulteriore mazzata dalla Tobin tax all’italiana, in vigore da gennaio. Tutto questo accade mentre la Consob è arrivata addirittura a patrocinare una ricerca di ben due think tank di chiara matrice politica per trovare idee su come “favorire la quotazione” (v. il rapporto). Siamo nel campo del marketing, attività nobile ma più consona alla società con scopo di lucro che gestisce il mercato azionario (Borsa Italiana S.p.A.) che non all’autorità di vigilanza deputata a tutelare gli investitori. Prima ancora di spingere sull’offerta di imprese da quotare, forse varrebbe la pena di interrogarsi sul perché manchino i compratori. Forse risparmiatori e investitori istituzionali cominciano a essere stufi di essere trattati come parco buoi.

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