Il recente decennale della morte dell Avvocato Gianni Agnelli è un occasione per ripensare a fondo lo sviluppo peculiare che ha avuto il capitalismo nel nostro paese. Sviluppo che, come ho detto più volte in maniera più o meno manifesta, è particolarmente specifico se si pensa al suo rapporto naturalmente organico, perchè non può essere altrimenti, (vedi Fassina che in questi giorni ammette,  come se fosse un eccezzione, che ” a Siena è la banca che ha influenzato il partito”: già, peccato che debba essere necessariamente così) ma anche ostinatamente retrogrado che ha e ha avuto con la rappresentanza politica. Da Giolitti al Duce, dalla DC al PD e a Berlusconi, la mediazione statale, politica, è sempre stata il punto di snodo, di impulso  e di controllo sulle attività economiche – in perfetta continuità da centocinquanta anni. E sempre senza che si formasse un vero e proprio partito della borghesia:  nonostante l’indiscutibile dominio sociale essa in fondo non ha mai avuto dalla sua i numeri. Il modello borghese ha dovuto così sempre farsi appoggiare e confondersi ora con le masse fasciste, ora con quelle comuniste, costantemente con quelle d’ influenza cattolica, arroncinandosi in un ricciolo rococò che ne mette di nuovo a rischio l’ identità di classe e la capacità di assolvere rapidamente alle mutevoli esigenze del ciclo economico mondiale. Non a caso solo un anno fa  Mario Monti ha avuto l’ investitura ufficiale a premier nel convegno di Todi organizzato dalla CEI, inteso nel senso di trattino d’ unione tra le  elite capitalistiche  nazionali e internazionali. In questo interessante articolo, ponendo la Fiat – l’altro storico trattino d’unione ne “il conflitto tra l’internazionalismo dell’economia e il nazionalismo della politica”- come centro gravitazionale dello sviluppo capitalistico italiano (“lo Stato nello Stato” come si disse) se ne ripercorrono i contraddittori sentieri. I concetti sotto espressi che più mi interessa focalizzare sono enfatizzati  da me in corsivo, come d’uso.

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Nel ricordare Gianni Agnelli a dieci anni dalla morte, Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica italiana, rievoca in un’intervista al direttore della Repubblica, Ezio Mauro, il loro incontro nel 1978 negli Stati Uniti. E riporta alla luce anche due episodi significativi: quando l’Avvocato diede una disponibilità di massima a Ugo La Malfa per fare il ministro degli Esteri (ma forse lui avrebbe preferito l’ambasciatore negli Usa) e quando declinò l’invito di Oscar Luigi Scalfaro, allora presidente della Repubblica, a fare il presidente del Consiglio dopo il governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi. Agnelli amava la politica come amava lo sport o il grande gioco diplomatico internazionale. E le relazioni della Fiat nel suo insieme con la politica sono sempre state particolarmente pericolose, certo fuori dal normale.

 

Non solo lobbismo, non solo tentativo di appropriarsi di risorse pubbliche a scopo privato (così fan tutti), non solo discrimine degli equilibri sindacali e sociali. E neppure soltanto “stato nello stato”, come diceva Mussolini. Agnelli e la Fiat diventano a un certo punto lo snodo chiave del rapporto tra sistema politico ed economico. Craxi non amava la dinastia piemontese, ed era ricambiato dello stesso sentimento. Ma non potevano fare a meno l’uno dell’altro. L’influenza sui governi è stata fortissima, anche quella sui presidenti della Repubblica. Non si va al Quirinale contro il Vaticano. Difficile arrivarci contro Washington. Ma era impossibile salire al sommo Colle contro la Fiat. Nella toponomastica del potere non è senza ragione che Gianni Agnelli avesse il suo appartamento romano esattamente davanti al palazzo della Repubblica. A parte Giuseppe Saragat amico personale di Valletta che lo sponsorizza anche con gli americani, i rapporti furono eccellenti con Sandro Pertini che pregò l’Avvocato di prendersi il Corriere della Sera dopo lo scandalo P2, con Francesco Cossiga in modo particolare e con Ciampi che pure nel 1980 rifiutò di svalutare la lira come gli aveva chiesto Umberto Agnelli. Il partito Fiat non si limitava al Pri, al Pli, al Psdi, ma attraversava i partiti, anche la Dc o il Psi, e divideva persino il Pci.

 

I LIBERALI, I MASSONI E IL CORRIERE

Nel corso della storia, più volte gli Agnelli hanno cercato di favorire la nascita di una formazione politica nuova, non ideologica, per molti versi trasversale, nettamente opposta alla sinistra, ma anche alla destra populista, nazionalista o fascista. Un centro moderato come baluardo modernizzatore, capitalistico, internazionalista, atlantico in prima istanza e poi europeo. Giovanni Agnelli, il senatore, era un sostenitore di Giolitti fino all’ultimo, anche quando il capo del governo lo sfidò durante l’occupazione delle fabbriche del 1919 rifiutando di sgomberare con la forza la Fiat. Ma fu tentato anche dal sostenere alle elezioni del 1919 il partito degli industriali, il partito economico come veniva chiamato, ideato da Gino Olivetti, primo direttore generale della neonata Confindustria. Andò male, poi venne il listone e Mussolini li mise tutti in scacco.

 

Nel secondo dopoguerra, la Fiat stenta a ritrovare voce politica dopo le accuse di collaborazionismo. Deve ricorrere all’alleanza stretta con gli Stati Uniti, Valletta riattiva i suoi legami prebellici e quelli con la massoneria americana, poi sostiene operazioni come la scissione socialista operata da Saragat, mentre Agnelli preferirà Ugo La Malfa (che si era fatto le ossa alla Banca Commerciale con Raffaele Mattioli) e il Pri. Ma un partito della borghesia stenta a nascere. Le élite economiche italiane sono così prese dai propri interessi particolari da perdere di vista l’interesse generale. È una condanna della storia.

 

Prima del fascismo, i partiti liberali, e la massoneria che ne rappresentava il nerbo, avevano seguito due direttrici che corrispondevano a blocchi sociali ben definiti. Il giolittismo mirava a un’alleanza con i socialisti per creare un blocco borghesia industriale-aristocrazia operaia. Questo asse si materializza nel Nord attraverso la collaborazione parlamentare, la politica dei lavori pubblici e delle cooperative, nel Sud con la corruzione dei ceti intellettuali e il controllo delle masse tramite i «mazzieri». La seconda direttrice era quella del Corriere della Sera che aveva sostenuto uomini politici meridionali come Salandra, Orlando, Nitti e Amendola, e che guardava a un’alleanza tra industriali del Nord e la democrazia rurale meridionale sul terreno del libero scambio. Entrambe le soluzioni, seppur affette da distorsioni e contraddizioni interne, tendevano ad allargare la base dello Stato italiano e consolidare le conquiste risorgimentali.

 

Quella operazione, descritta da Antonio Gramsci, venne interrotta dalla Grande guerra e poi da Mussolini che scardinò entrambi i blocchi sociali. Nel nuovo regime politico, fu la Dc ad impedire la nascita di un partito della borghesia, assorbendo in sé entrambe le direttrici dell’Italia liberale: la seconda durante gli anni del centrismo, quella giolittiana con il centrosinistra. È questa l’ossatura strategica della prima repubblica che si spezza nei primi anni ’90. La Fiat, però, non coglie nemmeno quella occasione. Troppo in difficoltà, messa in un angolo dai magistrati, salvata da Mediobanca che ne commissaria la proprietà. Ma non solo. Gianni Agnelli era un uomo della prima repubblica, oggi lo ricordano in molti e tra gli altri Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera. È proprio così.

 

La Fiat che era sempre stata affascinata dall’uomo forte (Giolitti, Mussolini, Fanfani, Craxi), non ha creduto in Berlusconi, nonostante Giuliano Urbani, allora tra gli assistenti dell’Avvocato, sponsorizzasse la “discesa in campo” presso lo stesso Agnelli. Era l’autunno del ‘93. Carlo De Benedetti ricorda quando Gianni, nella sua villa a St.Moritz, gli disse: «Berlusconi prenderà il 3%». Era l’inverno del ’94. Ma Agnelli, ormai chiaramente in declino, non era in grado di favorire una soluzione alternativa. Più tardi pronuncerà la mefitica frase «se vince vinciamo tutti, se perde perde solo lui». Invece, il Cavaliere vince e sarà la Fiat a perdere la sua egemonia sul padronato.

 

I BERLUSCHINI

Con Berlusconi e con “i berluschini” (così li chiamò l’Avvocato) in Confindustria, “Torino smarrisce autorevolezza e presa anche nel mondo imprenditoriale”, sostiene Giuseppe Berta. A nulla valgono i tentativi di recupero in extremis. Il declino del berlusconismo risveglia la vecchia tentazione. E molti uomini vicini alla Fiat cominciano a lavorare fin dall’estate del 2011 all’ipotesi di una lista Monti con l’arrière-pensée che possa nascere un nuovo centro-destra post-berlusconiano che faccia da bilanciamento a una sinistra vista vincente e al populismo in marcia verso la destabilizzazione politica del Paese.

 

Monti ha anch’egli una lunga storia con la Fiat. È stato non solo nel consiglio di amministrazione, ma nel comitato strategico fino al 1993 quando si dimise all’improvviso. Un anno dopo andò a Bruxelles come commissario al mercato interno indicato dal primo governo Berlusconi. Quelle dimissioni coincisero con uno dei momenti più difficili per il gruppo torinese perché i suoi massimi vertici vennero accusati dai magistrati di Mani pulite per aver pagato tangenti a Craxi allo scopo di assicurarsi i lavori della metropolitana milanese.

 

Cadono uno dopo l’altro i principali dirigenti, alcuni finiscono in prigione, altri parlano subito ed emerge il lato oscuro del principato economico sabaudo. «Vogliamo arrivare in alto, molto in alto», dice Antonio Di Pietro. Poco dopo sarà incriminato, condannato (e poi assolto) anche Cesare Romiti. L’Avvocato resta fuori, ma è sotto choc, ricorda Carlo De Benedetti secondo il quale proprio allora matura la scelta di cercare all’estero tra chi “non ha mai pagato tangenti” per il successore di Romiti. Nel 1996 arriva in cda Paolo Fresco dalla General Electric, un avvocato che ha fatto la sua carriera fuori d’Italia. Due anni dopo verrà formalmente proclamato presidente.

 

ANCHE MARCHIONNE FA POLITICA

I rapporti tra Monti e la Fiat restano buoni, ma indiretti, mediati dal Corriere della Sera. Gli otto anni a Bruxelles conferiscono al professore bocconiano uno standing internazionale che sarà decisivo nel momento in cui matura, nell’estate del 2011, il collasso del governo Berlusconi. Non si può dire che il Lingotto abbia influenzato la scelta di Giorgio Napolitano (ammesso che lo volesse e lo potesse). E tuttavia, una volta fatta, è scattata di nuovo la scintilla.

 

Ormai da tempo Sergio Marchionne ha abbandonato il profilo di manager americano lontano dalla politica, tutto conti e officina. Continua a trascorrere all’estero la maggior parte del suo tempo (tra Detroit e la Svizzera e per lo più in aereo), ma proprio l’operazione ambiziosa che ha in mente lo spinge a tener conto della politica italiana nella quale ha già lasciato alcuni segni forti. Il primo è la rottura sindacale, l’emarginazione della Fiom fino al limite della discriminazione (secondo le sentenze di alcuni magistrati). Il secondo è l’uscita dalla Confindustria in nome di nuovi rapporti sindacali, basati su contratti aziendali, flessibilità, accordi diretti stabilimento per stabilimento. Ma anche come conseguenza di un sostanziale isolamento. La maggior parte degli industriali non lo segue. E quando si tratta di scegliere il successore di Emma Marcegaglia, viene sconfitto Alberto Bombassei, il candidato vicino alla Fiat e vince Giorgio Squinzi, moderato, dialogante, amico di Fedele Confalonieri e di Berlusconi.

 

Molti sostengono, pur senza fornire prove, che la “salita in politica” di Monti sia stata consigliata, forse addirittura spinta, da Marchionne. Certo, la campagna elettorale comincia di fatto il 20 dicembre nello stabilimento di Melfi. Ironia amara, solo un mese dopo verrà messo in cassa integrazione per due anni a rotazione, per essere ristrutturato. Quel giorno c’erano tutti, a cominciare da John Elkann e da Marchionne. Il manager dal maglioncino nero qualche settimana dopo cerca di correggere il tiro, dice di aver appoggiato il governo Monti con convinzione, ma adesso le cose sono cambiate, c’è una campagna elettorale e la Fiat non vuole influire sulle scelte. Altri giurano che Marchionne non fa mancare le sue telefonate a Monti. Il nerbo della formazione montiana è costituito da Italia futura di Luca di Montezemolo. Tra l’ex pupillo dell’Avvocato e il manager italo-canadese non corrono affinità elettive, ma fanno parte della stessa famiglia, per così dire. Anzi, Montezemolo prende il lauto stipendio di presidente della Ferrari, quindi in un certo senso è un dipendente di Marchionne. http://www.linkiesta.it/monti-fiat

 

Gli intrecci non finiscono qui, lo ha ricordato proprio Marco Alfieri su Linkiesta (☞ La vecchia Fiat e quella nuova sono tutte per Monti). E Roberto Mania della Repubblica, attento cronista confindustriale che ha seguito in modo particolare Montezemolo, sottolinea che «dal punto di vista politico Marchionne ha deciso che si farà ancora sentire all’interno dei confini nazionali. Ci sono troppe e delicate partite aperte, quindi più che alla classica e tradizionale azione di lobby Marchionne sembra aver pensato di ridurre la catena di controllo, cadidando direttamente suoi uomini al Parlamento nazionale. Magari destinati, chissà, ad entrare nel prossimo governo. Tutti candidati nella lista Monti che un po’ è anche la lista Marchionne con Montezemolo nel ruolo di gran ciambellano». Spicca Alberto Bombassei, presidente della Brembo, azienda che fornisce i freni alla Ferrari, membro del board di Fiat Industrial, in cui siede anche Guido Tabellini, bocconiano di prestigio, il cui nome è circolato a lungo tra i possibili papabili nella lista. Ma non bisogna dimenticare che per gestire la Rai come direttore generale, una posizione ancor più importante proprio in vista delle elezioni, Monti ha scelto Luigi Gubitosi, dirigente della Fiat prima di passare ai telefonini.

 

L’INTERNAZIONALISMO DEL CAPITALE

Giuliano Ferrara sul Foglio ha parlato di un vero e proprio partito della borghesia in fieri. Anche se poi ha sottolineato l’isolamento di Monti tra gli industriali e i poteri forti. Riuscirà questa operazione? I dubbi sono molti, alimentati dalla storia. Ma per capirne il retroterra e il significato di fondo, bisogna tenere presente che il problema numero uno da risolvere è il conflitto tra l’internazionalismo dell’economia e il nazionalismo della politica. Oggi ancor più di ieri è questo il passaggio mancante. È il treno che l’Italia sta perdendo. L’austerità, il fiscal compact, la riduzione del debito pubblico, tutto quello che ci fa dannare occupando la polemica quotidiana sui giornali e in tv, non è che epifenomeno.

 

Non si tratta di declino in senso tecnico o materiale. Possiamo ancora produrre e vendere cose belle che piacciono al mondo come amava dire Carlo Maria Cipolla, ma siamo fuori dalla plancia di comando del capitalismo nella quale ci ha tenuto a lungo Gianni Agnelli. I dirigenti cinesi, nel commentare le paturnie anti-europee e isolazioniste di David Cameron, hanno ricordato che questo secolo appartiene alle grandi potenze continentali: America, Cina, Europa. Non più a quelle marittime come nei secoli passati. Figuriamoci che posto possono avere i piccoli staterelli.

 

Monti appare l’uomo giusto per questa operazione? Certo, è entrato in quella élite globale che passa attraverso alcuni luoghi di scambio relazionale, dal Bilderberg alla Trilateral fino al club di Davos. Ha esperienza ai vertici dell’Unione europea, ma anche un ottimo rapporto con Barack Obama il quale preme sulla Merkel affinché non metta i bastoni tra le ruote alla Bce. È la Fed a fornire i dollari nel 2011 prima che Mario Draghi salvi le banche con i prestiti illimitati all’un per cento. E non è per questo, forse, che l’opposizione della Bundesbank non è riuscita a ostacolare la svolta interventista?

 

Se l’operazione Chrysler riesce, la Fiat si internazionalizza davvero, anzi si fa americana. A chi affidare il presidio economico-politico dell’Italia? Oggi infuria la polemica sullo strapotere di Bruxelles, o sul super Stato degli eurocrati. Forse nel futuro. Ma chi ripete questi luoghi comuni dimentica che la stessa Ue è un gigante economico, ma resta un nano politico. Monti può non vincere. Ma può restare il garante, un solido punto di riferimento. Chiamatelo pure il gioco dei poteri forti internazionale, o sovranità limitata. Ma si può anche definire interdipendenza. Ha capito tutto ciò, quel che resta della borghesia? Non sembra di sentire un gran spremere di meningi con ragionamenti ad ampio spettro strategico.

 

Ancora una volta incerte tra sovversivismo dall’alto (l’antipolitica gronda dagli organi dell’establishment) e corporativismo dal basso, le élite consumano le energie del capitalismo italiano. La posta in gioco è la modernizzazione che Gramsci definiva “americanismo”. Per realizzarsi ha bisogno di una condizione preliminare: non debbono esistere “le classi parassitarie”. John Maynard Keynes parlerà di “eutanasia del rentier”. Queste “sedimentazioni di classi fannullone e inutili, di questi pensionati della storia economica”, sono particolarmente numerose e resistenti in Europa, tanto più quanto più antichi sono i Paesi e quanto più resistenti le incrostazioni pre o paleocapitalistiche. Esempio palese è la “industriosità non produttiva” che caratterizza ancor oggi “il mistero Napoli dove quando un cavallo caca, cento passeri fanno il loro desinare”. Solo che Torino ha perso da tempo la sua forza di attrazione, Detroit non l’ha conquistata, mentre Milano, pomo della discordia almeno da cent’anni, terziarizzata e politicizzata, è solo un’altra Roma. Così, in questa terra di mezzo, rischia di consumarsi anche l’ultimo partitino della borghesia.

24 Gennaio 2013 – Stefano Cingolani per il sito de “Linkiesta” con il titolo di “Quando Anelli disse….”

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