biglietto Burgarella“L’ articolo 1 della costituzione dice che l’italia è una repubblica fondata sul lavoro. E allora perchè lo stato non mi aiuta a trovare lavoro. Perchè non mi toglie da questa condizione di disoccupazione. Perchè non mi restituisce la mia dignità. E allora se non lo fa’ lo stato lo debbo fare io“. 

Giuseppe Burgarella, 61 anni operaio edile di Trapani disoccupato, ha giustificato il suo suicidio. Prima di suicidarsi ha fatto un elenco dei morti a causa della disoccupazione negli ultimi due anni, ha infilato il bigliettino all’interno della Costituzione e dopo ha preso una corda e si è impiccato. L’ultimo nome in fondo alla lista era il suo.

Questa è la notizia, anche se la meccanica trascrizione di quello che c’è realmente scritto nel biglietto lasciato da Burgarella l’ho dovuta fare da solo, perchè tutti i giornali, anzichè riportarla tal quale, la riportavano a frasi isolate e già interpretate: neanche da morti si riesce a dire qualcosa di non vagliato dal clero giornalistico e intellettuale.

Molti errori di ortografia, la punteggiatura assente, ma si capisce lo stesso e chiaramente chi sono i colpevoli: il lavoro (salariato), lo Stato e la sua rappresentazione giuridica: la Costituzione. E poi la dignità.

Come un muratore abbia fatto propria l’ideologia lavorista tipica (del dominio) della onesta borghesia produttiva ci dice quanto potente sia la pressione sociale a cui siamo sottoposti da generazioni.

Una forza di gravitazione che ha, anche  attraverso un socialismo democratico che si è fatto tramite presso i dominati delle istanze del sistema vigente,  cancellato qualsiasi opzione di autonomia  (che viene ritrovata capovolta nella scelta suicida) dal dominio capitalista fino nell’ intimo psicologico ed  esistenzale.

Sia ben inteso: non sto dando del debole a nessuno, sono ben distante da pensieri volgarmente nicciani, ma constato che quello che viene spacciato dalla stampa come un atto di accusa di uno che ci credeva (Burgarella era  sindacalista della Fillea-CGIL)   ci dovrebbe invece far tornare alla coscienza  che il lavoro (salariato) non rende comunque liberi.

“Salariato” sta ad  indicare il rapporto sociale di subordinazione del Lavoro rispetto al Capitale, al netto delle differenze tra lavoro  “fisso” o “precario”, con tutti i crismi del Diritto del Lavoro oppure a cottimo, a nero o schiavistico. Proprio quello sancito dal suddetto articolo della Costituzione.

Rivendicare come un diritto la propria condizione di subalternità non solo per soddisfare le proprie necessità ma per dare senso -dignità- al proprio esistere: non è questa la disumana condizione oggettiva in cui siamo gettati?

Ed al contempo, in quella richiesta di dignità, vi leggo un protesta religiosa, popolare ed antica: «La miseria religiosa è insieme l’espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di un mondo senza spirito. Essa è l’oppio del popolo»

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