Mi pare che la situazione politica italiana vada vista attraverso il concetto economico di vantaggio competitivo. Il problema che si pone l’imprenditore, il suo operaio e pure il disoccupato è: come ridarlo all’ economia italiana? I partiti in fondo rappresentano proposte di soluzione, più o meno fumose, a questo che è il problema dei problemi, ovviamente nell’ ottica dell’ accumulazione.

 Berlusconi ripropone le sue solite cazzate che non è mai stato in grado di attuare: meno stato, meno tasse e meno euro (come diceva Tremonti? Il lavoro non è una merce?). Tutte cose che si sono tradotte in un nulla di fatto o con il loro contrario ( Alitalia, quote latte, digitale terrestre) eppure i ceti produttivi del nord -la parte del paese che conta davvero- in qualche modo ci credono ancora: molto in Lombardia, molto meno in Veneto dove la situazione è più grave e hanno dato il voto a Grillo.

 Maroni, ottimo stratega, propone che i 2/3 delle tasse pagate allo Stato rimangano in Lombardia, lasciando quindi intravedere un abbassamento della pressione fiscale e attraverso essa (nella forma della macroregione politica) una convergenza con la situazione infrastrutturale dei distretti più produttivi e ricchi del nord europa. Una proposta concreta che, se riuscisse ad essere attuata, coglierebbe nel segno.

 Grillo, nella confusione delle sue proposte, oltre alla ininfluente guerra alla corruzione e alle caste -dipendenti pubblici compresi!- mi pare faccia leva sul ripristino del vantaggio competitivo paventando il ritorno alla sovranità monetaria e alla svalutazione competitiva. Il resto, il reddito di cittadinanza e abbassamento delle tasse -soluzioni insieme inattuabili , discendono esclusivamente dal rifluidificare il meccanismo dell’ accumulo -che M5S si guarda bene dal criticare nel merito.

 Il PD come al solito ha quella serie di mezze idee che guardano contemporaneamente alla CGIL e a Confindustria  -dentro la cornice dell’ eurozona: uno strabismo non più tollerabile. Si guardi bene che considero CGIL e Confindustria parti solo apparentemente contrapposte -poichè si muovono sullo stesso terreno del lavoro salariato spacciato per bene comune– ma una fazione unica che esclude le esigenze della gran parte del tessuto produttivo, composto dalle PMI. Confindustria ha sempre attinto direttamente dalle casse statali il proprio vantaggio competitivo, pagato dal resto dei ceti produttivi, con il placet del sindacato.