Non è una parolaccia ma una nuova tecnica estrattiva per ricavare sia gas che petrolio da strati geologici di rocce porose chiamati scisti, di cui sono ricchi alcune zone degli USA e, in particolare, del Canada. Il perfezionamento di queste tecniche e l’aumento altrove dei costi di estrazione con metodi convenzionali (bisogna andare sempre più fondo e in zone ostili per trovare giacimenti ricchi di oro nero e gas) stanno mutando gli equilibri energetici del pianeta, regalando agli Stati Uniti un inaspettato vantaggio competitivo nella produzione e strategico nella contesa globale rispetto al più diretto concorrente cinese. Questa novità, unitamente alla decisione, ancora da prendere, rispetto alla variante e all’ allungamento dell’ oleodotto Keystone –che unirà direttamente i giacimenti canadesi dell’Alberta con le raffinerie americane di Houston e del Golfo del Messico- assicurerebbero al Nord America l’autonomia energetica dalle incerte fonti venezuelane, mediorientali e africane, cambiando lo scenario degli interessi strategici di medio-lungo periodo.

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 Succede raramente che la pubblicazione di un rapporto sull’andamento energetico finisca sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Ma è proprio quello che è successo il 12 novembre 2012 quando l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), con sede a Parigi, ha pubblicato la nuova edizione del suo World Energy Outlook. Però, la vera notizia, quella che avrebbe dovuto mettere in allarme l’intero pianeta, è sfuggita a tutti. Sulla base del fatto che i progressi nelle tecniche di trivellazione stanno facendo aumentare la produzione energetica del Nord America, il rapporto prevede che entro il 2020 gli Stati Uniti supereranno l’Arabia Saudita e la Russia e diventeranno il primo produttore di petrolio del mondo.

Negli Stati Uniti la previsione di un imminente primato del paese nella produzione di petrolio è stata accolta da tutti con grande entusiasmo. Un editoriale del Wall Street Journal intitolato “America Saudita” ha lodato le aziende energetiche statunitensi per aver innescato questa rivoluzione tecnologica, che usa essenzialmente la fratturazione idraulica, fracking, per estrarre petrolio e gas dallo scisto. Questo ha reso possibile un nuovo boom energetico. “È una vera rivoluzione”, ha osservato il giornale, “anche se non ha niente a che vedere con il sogno delle energie rinnovabili incoraggiato e sovvenzionato da tanti governi”.

Qualcuno ha cominciato a chiedersi se i vantaggi saranno così consistenti come si dice e se ne potremo godere a costi accettabili per l’ambiente. Pur riconoscendo che il presunto aumento di produzione degli Stati Uniti è essenzialmente “una buona notizia”, Michael A. Levi del Council on foreign relations ci avverte che il costo della benzina non scenderà in modo significativo perché il petrolio è una merce globale e il suo prezzo è stabilito dai mercati internazionali. “Forse gli Stati Uniti saranno un po’ meno a rischio, ma non avranno l’indipendenza energetica di cui tanto si parla”, ha dichiarato Levi al New York Times. Alcuni osservatori si chiedono se l’aumento della produzione e dei posti di lavoro basterà a compensare i danni ambientali che provocherà lo sfruttamento di risorse energetiche estreme come lo scisto o le sabbie bituminose canadesi. Daniel J. Weiss del Center for american progress, per esempio, avverte dei rischi che le operazioni di fracking mal regolamentate potrebbero comportare per l’acqua potabile.

 Orizzonte incerto

 Tutto questo non fa che ricordarci quanto sia ancora importante il petrolio per l’economia (e la cultura politica) statunitense, ma distoglie l’attenzione da altri aspetti preoccupanti del rapporto dell’Aie. Il quadro che traccia del nostro futuro energetico avrebbe dovto frenare gli entusiasmi in tutti i paesi, perché sottolinea ancora una volta l’incertezza dei rifornimenti futuri, l’eccessivo affidamento sui combustibili fossili, l’inadeguatezza degli investimenti in energie rinnovabili e i pericoli di un clima che diventa sempre meno prevedibile.

Visto l’entusiasmo che ha suscitato l’aumento dell’estrazione di fonti energetiche negli Stati Uniti, ci saremmo aspettati che il rapporto dell’Aie fosse pieno di buone notizie. Ma non è così. Prendiamo, per esempio, la possibilità che la produzione di petrolio degli Stati Uniti superi quella dell’Arabia Saudita e della Russia. Magnifico, no? Ma c’è un problema. Le precedenti edizioni del rapporto Aie e dell’International energy outlook, il suo equivalente pubblicato dal dipartimento dell’energia statunitense (Doe), prevedevano un aumento dei rifornimenti futuri partendo dal presupposto che quei due paesi avrebbero superato di gran lunga la produzione di petrolio degli Stati Uniti. Ma adesso l’Aie dice che dopo il 2020 gli Stati Uniti passeranno al primo posto solo perché la produzione di questi due paesi diminuirà invece di aumentare. Questa è una delle sorprese nascoste nel rapporto che pochi hanno notato. Secondo le proiezioni del Doe del 2011, nel 2025 la produzione saudita sarebbe dovuta arrivare a 13,9 barili al giorno, quella russa a 12,2, e insieme avrebbero costituito la maggior parte dell’aumento di produzione del mondo. Mentre gli Stati Uniti avrebbero raggiunto gli 11,7 milioni di barili

 

Un primato facile

 L’ultima revisione di queste cifre dell’Aie fa pensare che la produzione degli Stati Uniti effettivamente aumenterà, come previsto, fino a raggiungere gli 11 milioni di barili al giorno nel 2025, ma quella dell’Arabia Saudita subirà un calo inaspettato e scenderà a 10,6 milioni mentre quella russa andrà a 9,7. In pratica gli Stati Uniti passeranno al primo posto solo per mancanza di concorrenti. Nel migliore dei casi, quindi, le riserve mondiali di petrolio non cresceranno di molto, sebbene la stessa Aie preveda un notevole aumento della domanda a livello internazionale. Ma aspettate, dice l’agenzia, c’è ancora una speranza: l’Iraq. Sì, l’Iraq. Nella convinzione che prima o poi gli iracheni raggiungeranno una maggiore stabilità politica, regoleranno la loro produzione di petrolio e si assicureranno gli investimenti e il supporto tecnico necessari, l’Aie prevede che la produzione del paese passerà dai 3,4 milioni di barili al giorno del 2013 a 8 milioni di barili nel 2035. In pratica, dice sempre l’agenzia, l’Iraq garantirà la metà dell’aumento complessivo di produzione di petrolio dei prossimi 25 anni. Per ovvi motivi, questa ci sembra una previsione poco plausibile. Se sommiamo tutte queste cose – la minore produzione di Russia e Arabia Saudita, i conflitti interni in Iraq, l’incertezza su quello che succederà altrove – negli anni venti e trenta del duemila non ci sarà abbastanza petrolio per soddisfare la domanda mondiale.

Dal punto di vista del riscaldamento globale, questa potrebbe essere una buona notizia, ma da quello economico, senza un massiccio aumento degli investimenti nelle fonti energetiche alternative, la prospettiva non è affatto rosea. Per quanto si parli della necessità di aumentare lo sfruttamento delle energie rinnovabili, i combustibili fossili continueranno a fornire la maggior parte dell’ulteriore energia necessaria per soddisfare la crescente domanda globale. “Il mondo non è ancora riuscito a instradare il sistema energetico globale verso una maggiore sostenibilità sostiene l’Aie. Negli Stati Uniti, per esempio, le ulteriori estrazioni di petrolio e di gas dalle formazioni scistose hanno messo tacere le richieste di maggiori investimenti nelle energie rinnovabili. Che ormai, secondo il Wall Street journal, non sono più necessari perché presto la nostra produzione di gas e petrolio competerà con quel dell’Arabia Saudita: “Un giorno gli storici meraviglieranno che sia stato investito tanto capitale economico e politico in una fallimentare rivoluzione verde proprio quando stava scoppiando la nuova rivoluzione dei combustibili fossili”.

C’è un aspetto di questa “rivoluzione energetica che merita attenzione. La sempre maggiore disponibilità di gas naturale a basso prezzo, dovuta al fracking, ha già fatto diminuire l’uso del carbone come combustibile per produrre energia elettrica in molte centrali statunitensi. Questo può sembrare un grosso vantaggio dal punto di vista ambientale, perché il gas produce meno anidride carbonica del carbone. Purtroppo però, la produzione e il consumo di carbone non sono diminuiti. I produttori statunitensi hanno semplicemente aumentato le loro esportazioni in Asia e in Europa. Nonostante i suoi effetti negativi sull’ambiente, nei paesi che cercano di aumentare la produzione di elettricità ai fini dello sviluppo economico il carbone è ancora molto usato: una delle notizie più scioccanti che ci ha fornito l’Aie è che negli ultimi anni ha costituito quasi metà dell’aumento del consumo globale di energia, più delle energie rinnovabili. E l’agenzia prevede che nei prossimi decenni continuerà la sua ascesa. Il maggiore consumatore di carbone del mondo, la Cina, ne brucerà sempre di più fino al 2020, quando si prevede che la domanda finalmente scenderà. L’India continuerà a usarlo, e intorno al 2025 supererà gli Stati Uniti diventandone il secondo consumato¬re al mondo. In molte regioni, osserva il rapporto dell’Aie, il predominio dei combustibili fossili è incoraggiato dai governi. Nel 2011 le sovvenzioni hanno raggiunto i 523 miliardi di dollari, il 30 per cento in più del 2010 e sei volte quelle per le rinnovabili.

Da  “L’Internazionale” del 22 Feb 2013, scritto per “The Nation”, USA.