germans-latin-empireArticolo di Giorgio Agamben pubblicato da “La Repubblica” a metà del mese che trovo stamane su Presseurop. Bella alzata di ingegno del filosofo allievo di  Heidegger,  che ci ripropone il macht latini vs germani per uscire dalla palese crisi e per rilanciare un europeismo nato con i piedi di argilla, grazie e in forza della duplice funzione di  contenere e insieme usare -la Francia in particolare- in chiave geopolitica  la straripante capacità tedesca di fare del paese un sistema economico altamente performante. Meno male che ci sono gli intellettuali ha fornirci idee e analisi!

Si parte subito male, con la frase evidenziata più avanti in corsivo: ma come? Kojeve* aveva appena visto spegnersi, le rovine ancora fumanti, l’ ultimo tentativo (dopo Sedan e la Grande Guerra) di egemonia tedesca sull’ Europa: vedere che la questione tedesca si sarebbe riproposta, grazie alla capacità germanica di porsi come potenza capitalistica sistemica, non mi pare cosa che abbia a che fare con la preveggenza. Ancora peggio  il ragionamento secondo cui si passa dalle formazioni feudali agli stati nazionali e questi scompaiono in favore degli imperi, senza che l’ autore ci fornisca un perchè.* Evidentemente l’ opposizione degli stati nazione ad annullarsi nella brodaglia europeista è vista come resistenza alla modernità globale che avanza. E se invece fosse la vecchia contraddittoria dialettica fra il Capitale economico che ha da sempre come orizzonte il mondo e il suo necessario momento  particolare che ha da sempre la sua articolazione nello stato-nazione politico ?

Nel tentativo di salvare capra e cavoli -le necessità di espandersi , di fare massa critica e di omogeneizzare produttivamente una più vasta area produttiva e commerciale ma “salvaguardando le specificità culturali e spirituali”, grazie  al  ombrello del provvidenziale Capitale Latino- l’ intellettuale che comprende le ragioni profonde della storia tira fuori quello che fu il tentativo europeista della chiesa cattolica, a  baricentro mediterraneo e in funzione anti-imperiale.

Quello che capisco io è che dobbiamo sempre più fare da soli. Lasciar perdere questi dementi. Dico questo con pochissime idee in merito a chi siano e cosa debbano fare e pensare questi per ora inesistenti noi .

———————————————————————————————————————–

Nel 1947 un filosofo, che era anche un alto funzionario del governo francese, Alexandre Kojève, pubblicò un testo dal titolo L’ impero latino, sulla cui attualità conviene oggi tornare a riflettere. Con singolare preveggenza, l’ autore affermava che la Germania sarebbe diventata in pochi anni la principale potenza economica europea, riducendo la Francia al rango di una potenza secondaria all’ interno dell’ Europa continentale. Kojève vedeva con chiarezza la fine degli stati-nazione che avevano segnato la storia dell’ Europa: come l’ età moderna aveva significato il tramonto delle formazioni politiche feudali a vantaggio degli stati nazionali, così ora gli stati-nazione dovevano cedere il passo a formazioni politiche che superavano i confini delle nazioni e che egli designava col nome di “imperi”.

Alla base di questi imperi non poteva essere, però, secondo Kojève, un’ unità astratta, che prescindesse dalla parentela reale di cultura, di lingua, di modi di vita e di religione: gli imperi – come quelli che egli vedeva già formati davanti ai suoi occhi, l’ impero anglosassone (Stati Uniti e Inghilterra) e quello sovietico dovevano essere «unità politiche transnazionali, ma formate da nazioni apparentate». Per questo, egli proponeva alla Francia di porsi alla testa di un “impero latino”, che avrebbe unito economicamente e politicamente le tre grandi nazioni latine (insieme alla Francia, la Spagna e l’ Italia), in accordo con la Chiesa cattolica, di cui avrebbe raccolto la tradizione e, insieme, aprendosi al mediterraneo. La Germania protestante, egli argomentava, che sarebbe presto diventata, come di fatto è diventata, la nazione più ricca e potente in Europa, sarebbe stata attratta inesorabilmente dalla sua vocazione extraeuropea verso le forme dell’ impero anglosassone. Ma la Francia e le nazioni latine sarebbero rimaste in questa prospettiva un corpo più o meno estraneo, ridotto necessariamente al ruolo periferico di un satellite. Proprio oggi che l’ Unione europea si è formata ignorando le concrete parentele culturali può essere utile e urgente riflettere alla proposta di Kojève. Ciò che egli aveva previsto si è puntualmente verificato. Un’ Europa che pretende di esistere su una base esclusivamente economica, lasciando da parte le parentele reali di forma di vita, di cultura e di religione, mostra oggi tutta la sua fragilità, proprio e innanzitutto sul piano economico. Qui la pretesa unità ha accentuato invece le differenze e ognuno può vedere a che cosa essa oggi si riduce: a imporre a una maggioranza più povera gli interessi di una minoranza più ricca, che coincidono spesso con quelli di una sola nazione, che sul piano della sua storia recente nulla suggerisce di considerare esemplare. Non solo non ha senso pretendere che un greco o un italiano vivano come un tedesco; ma quand’ anche ciò fosse possibile, ciò significherebbe la perdita di quel patrimonio culturale che è fatto innanzitutto di forme di vita. E una politica che pretende di ignorare le forme di vita non solo non è destinata a durare, ma, come l’ Europa mostra eloquentemente, non riesce nemmeno a costituirsi come tale. Se non si vuole che l’ Europa si disgreghi, come molti segni lasciano prevedere, è consigliabile pensare a come la costituzione europea (che, dal punto di vista del diritto pubblico, è un accordo fra stati, che, come tale, non è stato sottoposto al voto popolare e, dove loè stato, come in Francia,è stato clamorosamente rifiutato) potrebbe essere riarticolata, provando a restituire una realtà politica a qualcosa di simile a quello che Kojève chiamava l’ Impero latino.

Annunci