Di Valter Binaghi, a Valter Binaghi

[…] Maria si prepara al parto non ascoltando voci d’Altrove ma osservando con soave curiosità una capra sgravarsi nella stalla. La scena, ripresa in tutta la sua cruda verità, acquista col  controcampo sul viso assorto di Maria un carattere sublime, ed è per me l’autentico centro simbolico dell’opera. Mentre vedevo con lei il film mi sono voltato verso mia moglie, che ho visto partorire con dolore (schiaffeggiando un paio di volte me e insultando il ginecologo). Il primo pensiero è stato: dev’essere ripugnante oltre che doloroso, per una donna dall’educazione raffinata, trovarsi a soffrire come un animale, senza difese e senza dignità tranne quella dell’urlo straziante. E poi, improvvisamente, una luce. La capretta esce finalmente dalla vagina dilatata, la madre lecca la sua creatura, Maria sorride, come il Cielo sorride alla Terra. Io, più che capire, vedo. L’animale non è la negazione dello spirito, e nemmeno la sua preistoria, solo la sua crisalide. Tutto questo, senza alcuna mediazione di concetti teologici, ma per la pura potenza delle immagini. Naturalismo? Verismo addirittura? Che sciocchezze. Nella frattura di quel controcampo è l’irrappresentabile, l’assolutamente Altro che l’animale uomo nasconde in sè: irrappresentabile perchè, come diceva Saint Exupery, “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Così, niente angeli visibili e nemmeno una piuma svolazzante sul tetto che protegge il parto di Maria: profanazione o pudore? I cieli dorati della pittura medioevale, gli angeli del convento di San Marco, fanno parte di un’epoca dell’arte cristiana che va assolutamente canonizzata o sono gli ultimi residui di un linguaggio mitologico, che proprio Cristo ha consegnato alla caducità profetizzando un’ adorazione “in spirito e verità”? […]

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