In parte e per ora concordo: lo stato come intelligenza politica del Capitale, regolatore del rapporto sociale che disciplina i nessi interni -ed esterni, inter-imperialistici- alla società civile dominata dalla borghesia; di più: senza quello specifico e storico rapporto sociale non si potrebbe concepire la stessa società civile, quella da subito caratterizzata dalla guerra di tutti contro tutti -costitutivamente concorrenziale e in quanto tale attraversata da severi processi che la plasmano in continuazione, così  aderendo al moto perpetuo e caotico dei capitali alla ricerca del Santo Graal del plusvalore e del profitto.

All’ interno di questa intelligenza collettiva insistettero le istanze socialistiche-nazionali (a volte adeguate ai dirimenti momenti di crisi o ad alcuni paesi in fasi di sviluppo capitalistico arretrato) atte a migliorarne la mobilità sociale interna, la redistribuzione tramite fisco e welfare -compatibilmente con la capacità d’ accumulo e redditività di capitale, pena buttare via il bambino-, la sorveglianza sull’ efficienza del meccanismo di dominio democratico e in particolare a promuovere lo stato come motore economico di prime istanza e peso.

Lo stato capitalistico (postmoderno? liberista?… lascerei perdere..) organizza in numero e qualità il capitale umano -cioè il Capitale nella manifestazione più eminente del suo concetto- e cerca di creare le migliori condizioni sociali affinchè il processo unitario di produzione e accumulo valoriale avvenga nella maniera più fluida e veloce.

Lo stato si presta quindi a essere la determinazione concreta della civiltà del Capitale -colto a partire dalla sua natura di totalità-, il luogo fisico dove si interseca lo scambio generalizzato a livello mondiale con le particolarità storiche contingenti e lontane (ottimo esempio: la Cina), geografiche, di costume ecc ecc di un sempre più spaesato e folto capitale umano. Esso può accogliere o rigettare senza alienarsi alcune figure della forma politica precedente e riconcepirle alla luce di quelle che sono ritenute al momento le più efficaci tra le strategie per accrescerne la potenza sociale – dal parlamento elettivo all’ iman.

La attuale, ma affatto nuova, forma multinazionale del Capitale chiama a cambiamenti profondi la forma statuale, non intendo negarlo: rispondo che il ruolo di attore protagonista dello stato nazionale nella disordinata competizione globale viene  addirittura accentuato dall’ enormità dei sistema-paese entrati più recentemente nel vivo del gioco.

Qui peraltro nasce la evidente fragilità del disegno europeista ma lascio cadere per ora il discorso.

Il luogo fisico e politico –lo spazio sociale capitalistico nella sua definizione più alta-, dicevo, dove si tenta di ottimizzare il rapporto sociale di base con la peculiare fase evolutiva (o ribaltarne una involutiva) di quello specifico sistema paese rispetto alle esigenze della competitività vista su scala globale. L’ URSS ad esempio prese ben presto queste caratteristiche controrivoluzionarie spacciandole per il loro contrario: il cortocircuito ideologico sembra ancora in vigore.

All’ interno di questo che per i dominati è un campo minato non vedo spazio per concetti (sovranità politico-economica, comunità, bene comune) che segnino anche debolmente una strategia quanto meno di autonomia sul piano concettuale -e tanto meno di esodo.

Mi sembrano linee concettuali che indugiano sulla solidità della sconfitta storica totale del proletariato del secolo scorso, e su questa appurata solidità impostano la loro presunta percorribilità. Nel mio miserrimo ambito concettuale opterei per una fuga qualitativa in avanti: per quanto sia un orizzonte oggi per lo più invisibile mi pare l’unico plausibile, al netto degli assilli quotidiani.

Come segnalato, Lenin stesso si trovò al centro del problema e la sua vicenda a mio avviso ci rimanda alla consapevolezza che non sono problemi affrontabili all’ interno di un singolo paese -e oserei dire neppure di una singola classe, almeno tal quale è generata (in sè)  dal processo di produzione e riproduzione.

Non esiste un vero e proprio palazzo d’ Inverno, Lenin stesso ci segnala, per quanto l’ abbia assaltato, che non è mai esistito: è il processo sociale il vero nodo cruciale. Sottolineare la complessa e contraddittoria articolazione stato/capitale, individuarne le linee di frattura e indagare affinchè ci si possa inserire politicamente in esse è una cosa; altra è volgerne il senso, mutarne la radice.

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