pecore pastore (49)

Repetita juvant: questo scritto ci aiuta a cogliere ulteriori determinazioni e ricadute  della gattungswesen, della concezione marxiana della natura umana, alcune già accennate nel primo post della serie scritto da Monchietto-Preve. Quello che qui manca, e che invece Preve -molto opportunamente- specifica con forza, è l’avvertenza a non leggere la genericità della natura umana come possibilità illimitata dettata dalla propria intima indeterminatezza: ““qui si nasconde un tranello, in quanto purtroppo Prometeo ed il Grande Fratello abitano nello stesso appartamento.” Si pone quindi il problema del limite, non banalmente normativo-giuridico, ma -come dire- di lato interno ed esterno insieme, di relazione appropriata tra individuo-comunità-genere umano.

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[…] Il grande merito che Marx riconosce a Feuerbach è la critica all’astrattezza della filosofia hegeliana, critica che poggia su un presupposto antropologico che Marx accetta e fa suo: l’uomo è innanzitutto un ente naturale, materiale. Questo «positivo che riposa su se stesso ed fondato positivamente su se stesso»(3), in parte, è un essere naturale attivo, cioè fornito di forze naturali, forze vitali; in parte, un essere naturale passivo, perché al pari degli altri animali e delle piante, è un essere oggettivo dotato di corpo e sensi, che ha gli oggetti del proprio bisogno indipendenti da lui. Tuttavia, la distanza che separa Marx dallo stretto naturalismo di Feuerbach, che pone l’accento solo sulla materialità umana, è già incolmabile: per Marx l’uomo non è solo un ente di natura, ma è anche un ente sociale, uno zoon politikòn, e quindi il suo rapporto costitutivo con la natura è un rapporto sociale, una prassi sociale:

«L’individuo è l’essere sociale. Le sue manifestazioni di vita – anche se non appaiono nella forma immediata di manifestazioni di vita in comune, cioè compiute ad un tempo con gli altri – sono quindi una espressione e una conferma della vita sociale»(4) (5).

Il rapporto dell’uomo con la natura è diverso da quello che gli altri animali intrattengono con essa, perché la caratteristica peculiare dell’uomo è avere un’“attività vitale cosciente”, cioè essere un ente naturale e sociale che riflette su se stesso (come vedremo con il concetto di Gattungswesen). Da ciò deriva la consapevolezza che il mondo naturale non è un semplice oggetto, ma può essere modificato con il nostro lavoro. Questa relazione dell’uomo con la natura – lontana dalla “teoria del rispecchiamento” di Engels e Lenin per cui le leggi del pensiero sono un semplice riflesso delle leggi della realtà – è eminentemente pratica: con il lavoro l’uomo si oggettiva nella natura e oggettivandosi trova la sua essenza.

Marx riprende la centralità del lavoro dagli economisti borghesi, con il dubbio che egli stesso sia rimasto vittima del mito del produttivismo ottocentesco; con Hegel ha in comune (inconsciamente, visto il suo rifiuto a riconoscergli questo merito) l’idea del carattere storico del lavoro, e non eterno, immutabile. Proprio per la storicità umana, che è tutt’uno con la storicità del lavoro, l’uomo può perdere (alienazione) e recuperare (disalienazione) la sua essenza; e questo perché l’essenza umana si autoproduce con il lavoro. Come sottolinea in più parti, l’alienazione non è solo dell’operaio, ma è anche del capitalista, il quale vede nell’altro uomo solo una merce da sfruttare, con un meccanismo molto simile alla dialettica del servo-padrone della Fenomenologia, per quanto Marx non arrivi a dire che il servo è il “padrone del padrone” anche nel mentre del servizio, che in Hegel è tutt’uno con l’esperienza della negatività assoluta, ossia della morte.

Con la sua attività consapevole l’uomo può rendere più vicino a sé ciò che prima era semplicemente natura; può rende il mondo naturale un prodotto dell’uomo in modo da esprimere al meglio la sua essenza. Può, semplicemente, ma nel miglior senso del termine.

Tanto l’alienazione umana quanto la dis-alienazione, e la differenza assiologica tra le varie società, poggiano sulla convinzione che l’uomo è un “essere appartenente ad una determinata specie”, cioè un Gattungswesen (6), concetto che indubbiamente Marx riprende da Feuerbach [non si può negare l’influenza esercitata da L’essenza del Cristianesimo, nella cui prima pagina si legge che «la vita dell’uomo è la vita nel rapporto alla sua specie (Gattung), alla sua essenza (Wesen)»], ma il cui uso travalica questo rimando. Al di là di alcune ineliminabili ambiguità del significato – che ineriscono sia la prima parte del termine, Gattung, sia la seconda, Wesen, anche a partire da ciò che troviamo scritto nelle Tesi su Feuerbach -, Gattungswesen connota l’uomo come “ente appartenente ad una determinata specie” (ma non specifico, per il significato che questo aggettivo ha assunto in italiano), ossia come un essere cosciente di avere qualità, caratteristiche e disposizione appartenenti alla sua struttura di specie:

«L’uomo fa della sua attività vitale l’oggetto stessa della sua volontà e della sua coscienza. Ha un’attività vitale cosciente. (…) Proprio soltanto per questo egli è un essere appartenente ad una specie. O meglio egli è un essere cosciente, cioè la sua propria vita è un suo oggetto, proprio soltanto perché egli è un essere appartenente ad una specie. Soltanto perciò la sua attività è libera. (…) La creazione pratica d’un mondo oggettivo, la trasformazione della natura inorganica è la riprova che l’uomo è un essere appartenente ad una specie e dotato di coscienza, cioè è un essere che si comporta verso la specie come verso il suo proprio essere, o verso se stesso come un essere appartenente ad una specie» (7).

L’uomo è un Gattungswesen, e non un ente specifico, perché ha la possibilità, o meglio, potenzialità di creare e dar forma alla sua natura, entro quel limite che è costituito dalla natura: non ha un’essenza specifica immediatamente data, ma ha un’essenza che gli permette di dar corso a diverse forme di società, di associazione. Proprio per le sue innumerevoli possibilità, che sono l’altra faccia della libertà umana (nell’accezione cristiana di “libero arbitrio”), l’uomo può creare tanto delle società che alienano l’umanità, tanto crearne delle altre che esprimono al meglio il suo Gattungswesen. Il Gattungswesen non è la natura originaria; è la consapevolezza – che non è immediatamente data, ma è scandita dall’intreccio del tempo storico con il tempo dell’individuo – di essere un animale sociale, cioè l’unione di pensiero ed essere, che «son, sì, distinti, ma, nello stesso tempo, uniti l’uno all’altro»(8).

Per avvicinarci al suo significato, possiamo rifarci a due concetti aristotelici, che compongono la trama concettuale su cui Marx opera: il primo concetto è esplicitato da Marx stesso, con il rimando all’uomo come zoon politikòn, che, a differenza degli altri animali che vivono in gruppo (come le api che si organizzano in un alveare), logon echon, ossia ha il linguaggio e quindi può parlare, cioè ragionare, della condizione in cui si trova. Poi, anche se meno evidente del precedente, bisogna ricollegarsi al concetto di “essente-inpossibilità” (dynamei on), che è più forte del mero concetto di casualità o possibilità aleatoria (katà to dynatòn) (9). Per appunto, l’uomo può raccordarsi al Gattungswesen, nella miglior accezione del verbo. L’uomo può essere massimamente uomo, ma non c’è niente che lo costringa a ciò, solo quando esplica appieno la sua natura sociale, che, inevitabilmente, è negata dal capitalismo, dove il mondo delle cose ha preso il posto del mondo degli uomini.

di Giulia Angelini, tratto da “L’ abbozzo del politico nei Manoscritti

note

3 K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, cit., p. 153.

4 Ivi, p. 110.

5 Cfr. K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica: «L’uomo è nel senso più letterale del termine uno zoon politikòn, non solo un animale sociale, bensì un animale che può isolarsi solo nella società. La produzione dell’individuo isolato all’esterno della società – una rarità, un fatto che può effettivamente accadere a un individuo civilizzato che il caso ha condotto in un luogo selvaggio, a un individuo che in sé possiede già dinamicamente le forze sociali – è un assurdità pari al formarsi di una lingua senza che esistano individui che vivano e parlino assieme.»

6 Al Gattungswesen è legato profondamente il concetto di Gemeinwesen, “comunità” o “essenza comune”, che compare soprattutto in due opere che formano la cornice temporale dei Manoscritti: La questione ebraica del ’43 e L’ideologia tedesca del ’45.

7 K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, cit., p. 74.

8 Ivi, p. 111.

9 Cfr. C. Preve, Il Marxismo e la tradizione culturale europea: «La categoria che forse indica maggiormente l’influenza di Aristotele su Marx è quella di ‘possibilità oggettiva’, o più esattamente di ‘potenzialità immanente’ (dynamei on). Possibilità che non ha nulla a che vedere con la semplice casualità o contingenza (katà to dynatòn). In Marx il passaggio dal capitalismo al comunismo, che in genere è stato inteso e concepito come un passaggio ‘necessario’, nel senso di fatale e ferramente predeterminato, è invece pensato (e le analisi di Vadée sono qui particolarmente convincenti) secondo la modalità aristotelica del passaggio dalla potenza (dynamis) all’atto (energheia).»

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