pecore pastore (44) buona

Terzo ed ultimo capitolo riguardante il concetto marxiano di natura umana. L’esposizione, non sempre chiara, che ne fa Giacomo Pezzano (giovane filosofo che opera a Torino come Monchietto –QUI e QUI– e dove ha studiato Fusaro –QUI e QUI ) ci permette  di comprendere meglio ad esempio come la genetica (deputata oggi a dare senso ad ogni nostro comportamento) sia rozzo materialismo scientista che nulla ha a che fare con l’ approccio storico; oppure come il Capitale, assoggettando a sé, alla propria necessità specifica ed univoca, il lavoro, ad un tempo compiaccia e si frapponga tra l’uomo e il suo libero, perché  multiforme, produrre umanità. Il dominio capitalistico è così considerato come alienante l’alienazione, su cui fonda la vigente naturalezza acritica sotto cui oggi si nasconde -e molto bene- il suo regno a-storico, fatale e sistemico. In un paio di affermazioni emerge anche, ed è molto importante, che la prassi, in quanto sociale-relazionale, produce il mondo già compreso qualitativamente come etico. La natura umana quindi qui non si pone come indeterminata -come vuole certa vulgata sociologica che la pensa come una lavagna vuota da riempire di “segni” culturali-, ma come un “da determinarsi dispiegandosi” in ogni atto che ne schiuda la potenzialità. E così pure è in questo “da determinarsi” che si pone la libertà dell’uomo: sapersi generico, appartenente all’umanità e perciò custode della possibilità di  negare  quest’appartenenza.

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0.2.Genericità  come relazione e potenzialità

[…] La natura umana è, in altri termini, descrivibile come una natura generica. In particolare, intendo la genericità: 1) come esposizione al fuori, come socialità nel senso della necessità del rapporto con l’alterità e l’ester­no (Gemeinwesen e Gattungswesen vengono così a coincidere laddove si conferisce centralità non tanto a una qualche «comunità organica» o all’insieme del «genere umano», quanto prima di tutto alla relazione in senso ampio e profondo); 2) come consegna a una dimensione potenziale dell’essere al mondo, come una forma di determinazione né genetica né tantomeno degenere, che comporta necessariamen­te storicità e modalizzazione – libertà. Il punto da tenere ben presente è però che 1) e 2) rappresentano le due facce della stessa medaglia, vale a dire che l’esposizione al fuori è immediata espressione della mancanza di un dentro necessario e prefis­sato e viceversa: è cioè proprio in ragione dell’assenza di una natura univocamente e definitivamente prestabilita che l’uomo è chiamato ad agire, ad aprirsi alla storia, a consegnarsi al rapporto dialettico con l’insieme di ciò che incontra, con l’alterità «umana» come con quella «non-umana»

0.3. Genericità come alienazione e molteplicità

Queste due affermazioni possono portare a concludere che in certa misura alienazione ed estraniamento non solo appartengono all’essenza dell’uomo, ma anzi ne esprimono in maniera eminente la natura, la realizzano nel modo più pro­fondo(1): si tratta allora paradossalmente di ribaltare la visione secondo cui il proble­ma del capitalismo sarebbe semplicemente quello di alienare/estraniare l’uomo (la sua essenza e la sua natura), perché piuttosto il vero problema è che il capitalismo pretende di impedire ogni ulteriore e sempre possibile forma di alienazione/estraniamen­to dell’uomo, irrigidendo l’apertura relazionale al mondo costitutiva dell’umano, contenendola cioè in un’unica forma socio-economica e bloccan­dola in un’unica determinazione storico-politica. Ossia: facendo credere che esista un solo modo di essere umani, quello capitalisticamente inteso. Il che – più semplice­mente ma nel senso che a essere in gioco è proprio l’essenza semplice dell’uomo, il nucleo intimo del suo esistere – è un modo per dire che il capitalismo cerca di corrodere la libertà umana impedendone la compiuta espressione. Il capitalismo dunque dis-umanizza l’uomo perché lo animalizza, cerca, se così posso dire, di alienare l’alie­nazione/estraniare l’estraniamento, allontanandoli da se stessi, dall’uomo, per con­segnarli alla realtà destinale, monodimensionale eppure «una e trina» Denaro/Merce/Mercato.

1.1.Alienazione come trasformazione dell’ ambiente naturale in mondo, il concetto è già prassi produttiva

In alcuni dei più noti passaggi del Capitale troviamo espresso un concet­to analogo a quello che la tradizione culturale e filosofica occidentale aveva già delineato attraverso, tra i tanti, Aristotele e Kant (2): l’uomo viene descritto come toolmaking animal, come l’animale che lavora, laddove il lavoro va colto come l’isti­tuzione di un rapporto mediato con la natura, come quel rapporto peculiare intrat­tenuto dall’animale che agisce per dar forma al proprio mondo ma anche per dar forma a se stesso, differenziandosi da tutti gli altri animali che agiscono per istinto e non in modo pianificato e finalizzato a uno scopo, restando incapaci dunque di dar vita anche al più semplice strumento e di estendersi così tramite la creazione e l’utilizzo di mezzi (di protesi). Infatti, se un’ape e un ragno costruiscono certo opere perfette e impressionanti, non sono però in grado di prefigurare le loro opere nella loro testa, non sono cioè in grado di pianificare e progettare, di immaginare il campo del possibile per portarlo a realizzazione, di sviluppare possibilità e facoltà altrimenti solo latenti, anzi non sono nemmeno in grado di coglierle in quanto tali, in quanto latenti: l’uomo è in ultima battuta «come un architetto che edifica la “cultura” con mate­riale da costruzione naturale» (Gehlen).

1.2. L’uomo lavorando produce oggettività e soggettività – libertà e coscienza-

Detto in altri termini, quello che Marx afferma è che l’uomo si differenzia dall’animale perché se quest’ultimo agisce guidato dall’istinto all’interno del pro­prio ambiente specifico, il primo conduce attivamente e liberamente la propria esistenza aprendosi al mondo e alle diverse possibilità che esso offre nel rapporto dialettico con esso. L’uomo è produttore(3), produce la propria esistenza, questa è la sua natura, e allo stesso tempo può fare ciò solamente materia su cui e con cui si realizza il suo lavoro, su cui e con cui il suo lavoro agisce, dal quale e per mezzo del quale produce.[…] L’uomo che «si congiunge» alla natura trasformandola per sopravvi­vere è natura che si congiunge con se stessa, l’uomo è l’essere universale e generico in quanto si relazione all’intera natura e a se stesso in quanto appartenente al genere: l’uomo marxiano «fa teoreticamente e praticamente della propria specie e di quel­la delle altre cose il proprio oggetto», le coglie come poste-di-fronte e dunque le coglie in quanto tali proprio quando ne prende le distanze, ed è dunque – soprat­tutto – «in grado di comportarsi verso se stesso come verso la specie presente e vivente, di comportarsi verso se stesso come verso un essere universale e dunque libero». Se la misura dell’animale viene a coincidere con quella del pro­prio ambiente specifico( Unwelt ), l’uomo è universale, è «misura di tutte le cose», è in grado di fare dell’intera natura il regno della propria vita, materialmente e spiritualmente, produce prima di tutto «la sua vita attiva» perché contraddistinto dal rapporto dialettico (Weltof­fendeit) che lo slega dalla «Herrschaft des unmittelbaren physischen Bedürfnisses», dall’immediatezza naturale: se il bisogno naturale dell’animale è ciò che lo rinchiude nell’immediatezza naturale dell’Umwelt, va riconosciuto – come cercherò di mostrare – che è sempre il «bisogno naturale» (questa volta però natu­ralmente innaturale) dell’uomo a consegnare questo all’immediata/naturale me­diatezza/in-naturalità della Weltoffenheit.

1.3. Il bisogno: dare forma all’ Essere (umano)

La vita stessa è per Marx «l’attività con cui l’uomo trasforma il mondo e se stesso, conformemente a certi scopi “presenti idealmente” nella sua mente. La “vita” è il “lavoro” stesso dell’uomo!» (Severino): il lavoro è l’inserimento di un processo mediato e mediatore come mezzo fra l’uomo e il processo naturale immediato, è produzione di qualcosa «che non esiste nella natura» (Marx 2008: 58), conseguenza di un procacciamento attraverso «un’attività speciale, produttiva e conforme a uno scopo, che adatta particolari materiali naturali a bisogni umani» (ibidem). Il lavoro è «formatore di valori d’uso» (ibidem), «condizione d’esistenza dell’uomo, indipendente da ogni altra forma della società; è una perenne necessità della natura che ha lo scopo di mediare lo scambio materiale tra uomo e natura, cioè di mediare la vita umana» (ibidem) – dando vita a oggetti che rappresentano così la «combinazione di due elementi, materia naturale e lavoro» (ibidem), di un so­strato materiale fornito dalla natura unito alla produzione co-operativa dell’uomo, nel senso che quest’ultimo «può agire solo come la stessa natura, cioè solo modificando le forme dei materiali» (ibidem), anzi tramite il costante aiuto delle forze naturali – ma senza per questo poter mai sganciarsi del tutto dalla natura stessa(4). Per Marx il la­voro in quanto attività specificamente umana possiede una natura generale e indi­pendente (ossia: generica) rispetto alle singole forme di organizzazione del lavoro, comune a tutte le forme di società della vita umana (ossia: a tutte le modalità che lo specificano): l’agire coincide così con la «ewige Naturbedingung des menschlichen Lebens», perché senza lavoro, senza produzione, senza azione, non può esiste­re uomo. Il lavoro, dunque, è descritto come attività mediatrice che «verwirklicht» nell’elemento naturale gli scopi umani, consegnando loro «Form des Seins» e «des Daseins»: il lavoro con-forma le cose conferendo loro esistenza in cor-rispondenza all’idea pre-fissata nella mente, è quell’attività che effettua e rende reale (realizza mostrando tutta la sua efficacia) lo scopo fra-ponendosi tra concetto e materia per collegarli. Certo, l’attività umana (in questo pienamente mimetica rispetto a quella naturale, secondo il paradigma classico) non è semplicemente creativa (non crea ex nihilo), ma è tras-formatrice e tras-figuratrice, ossia è in grado di mutare e cambiare le forme dei materiali (è creatio ex aliquo), tuttavia tale cambiamento è ugualmente produttivo, fa passare dal non-essere all’essere, dal non-essere-presente-in-natura all’esistenza, quella forma che rappresenta il bene e l’utile prima prefigurati e poi prodotti. Soprattutto, è questo un punto che mi preme particolarmente sottolineare, quella di lavorare, di trasformare e oltrepas­sare cioè la natura entrando in rapporto mediato con essa, è dipinta da Marx come una vera e propria eterna necessità naturale per l’uomo (il bisogno), rappresenta cioè la parados­sale natura immediata dell’uomo: la mediatezza è la forma in cui si esprime l’imme­diatezza nel e dell’uomo – l’oltre-naturalità (la «meta-fisicità») è la forma in cui si esprime la naturalità (la «fisicità») nel e dell’uomo.

1.8. La coscienza, il linguaggio, l’etica.

Esempio emblematico di quanto detto è la coscienza in quanto auto-co­scienza, mediata e resa possibile dal linguaggio – e viceversa –, espressione del più generale fatto che per l’uomo la vita va prodotta e tale espressione è a sua volta espressione del fatto della relazione (è già in principio un «duplice rapporto»):

la produzione della vita, tanto della propria nel lavoro quanto dell’altrui nella pro­creazione, appare già in pari tempo come un duplice rapporto: naturale da una parte, sociale dall’altra, sociale nel senso che si attribuisce a una cooperazione di più individui […]. Solo a questo punto […] troviamo che l’uomo ha anche una “coscienza”. Ma anche questa non esiste fin dall’inizio, come “pura” coscienza. Fin dall’inizio lo “spirito” porta in sé la maledizione di essere “infetto” dalla ma­teria, che si presenta qui sotto forma di strati d’aria agitati, di suoni, e insomma di linguaggio. Il linguaggio è antico quanto la coscienza, il linguaggio è la coscienza reale, pratica, che esiste anche per altri uomini e che dunque è la sola esistente anche per me stesso, e il linguaggio, come la coscienza, sorge soltanto dal bisogno [Bedürfnis], dall’esigenza di stringere relazioni con altri uomini. Là dove un rappor­to esiste, esso esiste per me: la fiera non “ha relazioni” [verhält] con alcunché e non ha per niente relazioni. Le sue relazioni con altri non esistono, per la fiera, come [als] relazioni. La coscienza è dunque fin dall’inizio un rapporto sociale e tale resta in tanto che in genere esistono uomini (Marx-Engels.).

[…]Siamo di fronte all’affermazione che «già in base all’esistenza essenziale della coscienza umana anche la società è in qualche modo internamente presente a ogni individuo» (Scheler), perché è grazie alla relazione che questo ha potuto determinarsi in quanto tale: «società» va però ancora una volta letta come «relazione». Non è affatto se­condario peraltro che il termine Verhältnis, cui qui i due pensatori tedeschi danno soprattutto il senso di «relazione» appunto, indichi anche l’«azione», la «condotta» e il «comportamento»(7): il termine esprime cioè in maniera significativa il fatto che l’essere che agisce è l’essere che si relaziona e viceversa, è cioè l’essere responsabile in quanto capace di rispondere-a e di rispondere-di, è l’essere la cui azione ha sempre la forma di un rapportarsi responsivamente al mondo (alle cose e agli altri uomini) – la forma dunque di relazione.

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tratto da G.Pezzano: “Ripensare (con) Marx: la natura umana tra flosofia, scienza e capitale” ed. Petieplaisance

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Note

1 Secondo un principio ben presente già nel pensiero hegeliano e fichtiano. Cfr. però anche p. e. Ge­hlen 1990: 425-438; Gehlen 1994: 113 e 277; Gehlen 2003: 40; Plessner 1985; Sloterdijk 1993; Gualandi 2002; Gualandi 2003; Gualandi 2010a: 180; Blumenberg 1987: 85-112.

2 Cfr. Aristotele, Parti degli animali, I, 1, 640a 32-34; Aristotele, Metafisica, VII, 7, 1032a 27-28, 1032a 35-1032b 2, 1032b 10 e 15-17; Kant 1997: passim

3 Scrive Marx tra il 1879 e il 1880: «gli uomini non cominciano affatto “a stare in questo rapporto teoretico con cose del mondo esterno”. Gli uomini cominciano come ogni animale a mangiare, a bere, ecc., e dunque non a “stare” in rapporto, bensì a comportarsi attivamente, a impadronirsi di certe cose del mondo esterno mediante l’azione e così a soddisfare il loro bisogno. (Essi cominciano dunque con la produzione)» . Per Marx «l’uomo ha bisogno di una “creazione di mano umana” per poter consumare produttivamente le forze naturali allo stesso modo che abbisogna di un polmone per respirare. Per sfruttare la forza motrice dell’acqua è necessaria una ruota a pale; è necessaria una macchina a vapore per sfruttare l’elasticità del vapore. Come avviene per le forze naturali, così per la scienza. […] In questo modo, da minuscolo strumento dell’organismo umano, lo strumento si estende, in volume e in numero, a strumento di un meccanismo creato dall’uomo» (Marx 2008: 287).

(4)  Ciò valeva perlomeno all’epoca di Marx, che certo non poteva avere in mente l’ingegneria genetica, ma resta – crediamo – ancora oggi vero il fatto che persino qualora si creasse addirittura la vita in laboratorio, si dovrebbe comunque partire dalla ricombinazione – certamente ora quasi creatrice – di «materiale» già pre-esistente in natura.

7 Significati su cui insiste molto Heidegger 1992 proprio nel tematizzare la diversità del rapporto che l’animale e l’uomo intrattengono rispettivamente con l’ambiente e con il mondo, con una particolare insistenza sul fatto che essere aperti al mondo significa per l’uomo essere in grado di tematizzare l’in quanto tale dell’apertura al mondo (als), nel complesso delle possibilità che gli si schiude dinnanzi.

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