dalla finestra nov 2010 (1)

Questo estratto esprime l’opera recente di Massimo Bontempelli, scomparso pochi giorni fa, nelle sue linee principali, evidenziando una egregia capacità di sintesi filosofica che poi non riusciamo a duplicare qualitativamente in capacità di strategia politica: siamo in un guado in cui la prospettiva storica appare nulla, e buon gioco hanno gli apocalittici di variegata provenienza. Ma tutto può mutare velocemente, oppure rimanere tale. La questione della desiderabilità e della visibilità di un altro orizzonte politico (politico, economico, sociale), non strettamente antropologico, se non per quanto e in quanto  vita profana e vita sacra si co-appartengono e corrispondono dialetticamente – giacchè sono tutt’uno-  appare in tutta la sua urgenza.  Se ci sottraessimo mai un giorno al dominio, come muterebbe l’ homo simbolicus?

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 Vi riproponiamo qui un estratto di un suo saggio filosofico pubblicato dalla rivista «Indipendenza», n. 19-20 (febbraio/maggio 2006), segnalatoci da Marino Badiale e finora inedito sul web.

 […] Il nodo cruciale ed ineludibile per chiunque intenda contrapporsi in modo minimamente serio al devastante sistema socioeconomico in cui viviamo è la presa d’atto di una inedita situazione storica, caratterizzata dalla scomparsa di ogni scarto e di ogni autonomia delle concrete formazioni sociali rispetto al puro schema logico del modo di produzione capitalistico. La legge capitalistica del plusvalore, scientificamente chiarita da Marx come dinamica autoreferenziale dell’incremento continuo, senza un fine e senza una fine, della ricchezza astratta quantitativamente espressa, è cioè storicamente giunta a guidare lo sviluppo di tutte le sfere dell’esistenza umana, abolendovi ogni loro specifica finalità indipendente, e sottomettendone gli stessi presupposti psichici e biologici. Non si può affrontare consapevolmente una simile situazione al di fuori di una sua comprensione di tipo filosofico. Con una logica semplicemente empirica appare contraddittoria la stessa possibilità di contrapporsi ad un sistema descritto come colonizzatore integrale di ogni sfera di vita: se tutta la realtà è stata sussunta alla legge sistemica, non può nascerne alcuna iniziativa contro il sistema.

La realtà filosofica trascendentale come orizzonte possibile di superamento del capitalismo

La filosofia insegna, però, sin dalle sue origini, che la realtà è tale a livelli diversi. L’uomo empirico, plasmato dalle dinamiche storiche, ed oggi, quindi, integralmente dalla dinamica dell’economia capitalistica, non esaurisce la realtà umana, costituita anche da quell’essere uomo di ogni uomo a cui appartengono tutte le soggettività umane, e in cui si esprime una forza creatrice mai del tutto riducibile alle forze generatesi al livello empirico-storico. In altre parole, l’uomo è dotato di una natura umana non specifica, non univoca come quella degli altri animali) che non l’ha reso e non lo rende integralmente riducibile ai modi di produzione via via succedutisi storicamente, e che può considerarsi come una fonte di significati valoriali trascendentali da cui attingere per l’elaborazione di progetti di resistenza e liberazione. Proviamo a spiegare il concetto partendo da un semplice esempio. Immaginiamo un sistema storico ancora più potente del capitalismo attuale, un sistema in linea di principio storicamente onnipotente. Potrebbe un simile sistema riplasmare gli individui umani fino a farne monadi arelazionali, foggiate al di fuori di ogni loro reciproca dipendenza? Certamente no. Nessuna onnipotenza storica potrebbe produrre un simile risultato. Perché? Perché l’essere uomo dell’uomo è costituito, tra l’altro, da un riferimento del proprio essere a se stesso, denominato autocoscienza, secondo un’immagine che ciascun individuo ha di sé, e che, nata dall’immagine che altri ha avuto di lui, può evolversi nel soggetto, come espressione della sua libertà, soltanto nella misura in cui l’immagine nuova di sé sia riconosciuta da un altro soggetto come immagine di lui. La soggettività umana è dunque nel suo stesso concetto, cioè in maniera mai eliminabile dalla storia, dipendenza intersoggettiva. Ciò che non è mai eliminabile della storia si dice universale, e l’universalità necessaria del costituirsi dell’uomo come uomo si dice trascendentalità (da non confondersi assolutamente con la trascendenza, che è una realtà al di là dell’esistenza umana). La soggettività trascendentale immanente ai soggetti empirici rappresenta la vera natura propria dell’uomo, ed è la sua realtà che tiene aperti altri orizzonti storici dal capitalismo anche se il capitalismo ha sussunto integralmente a sé la storia presente.

La nozione di trascendentalità è filosoficamente strategica.

 Si può addirittura affermare che si è dentro o fuori la filosofia a seconda se la si è davvero compresa o meno. Il modo usuale in cui una mentalità non filosofica la fraintende quando le viene mostrata è quello di pensarla alla maniera di un «che cosa» anziché di un «come» dell’umanità dell’uomo, confondendone l’universalità reale con la generalità ottenuta da un processo astraente, scambiando quindi la realtà universale dell’uomo con un concetto astratto. Scambiata per un «che cosa», diventa un nucleo umano originario e permanente sotto la mutevole scorza delle vicende storiche, che nessuna forza empirica può distruggere o alterare, e che svolge quindi il ruolo di una sorta di polizza di assicurazione contro i danni della storia, accettabile o rifiutabile come tale secondo i gusti, a seconda cioè che la si consideri reale o illusoria. Il trascendentale, invece, filosoficamente considerato, non può venire bensì in linea di principio compromesso da alcuna forza empirica, ma in quanto trascendentale, cioè al livello di realtà che gli è proprio, mentre può essere compromesso e persino distrutto dall’empirico nella sfera dell’empirico. Rispetto all’empirico, il trascendentale è la sua immanente condizione di ordine, di libertà e di significato, per cui quanto più l’empirico si distacca nel suo sviluppo dal trascendentale, tanto più si manifesta come sfaldamento sociale, inconsistenza collettiva, nichilismo diffuso. Al limite, un’organizzazione dell’empirico basata sul disconoscimento di ogni significato trascendentale, tende in quanto tale alla sua stessa autodistruzione*. Si tratta appunto della situazione in cui siamo storicamente immersi, in cui il capitalismo, giunto all’apice del suo successo storico, ha cominciato a consumare le condizioni stesse di ogni ordine sociale, e quindi anche del proprio ordine.

 La contraddizione tra capitalismo e natura trascendentale umana

Il capitalismo attuale è simultaneamente potenza assoluta e sistema in disfacimento proprio perché è diventato potenza assoluta. Cosa significa in questo contesto potenza assoluta? Significa che tutte le forze sociali sono diventate manifestazioni della potenza del capitale, ovvero della sua capacità di sottomettere ogni elemento concreto al suo comando impersonale. Questo approdo del capitalismo è reso pienamente comprensibile dalla trattazione scientifica di Marx, nella quale il plusvalore capitalistico non ha limiti fisici e sociali. È vero che Marx afferma anche che la borghesia, nel suo sviluppo, da lui identificato con lo sviluppo del capitale, produce con i proletari i suoi becchini, per cui più potente del capitale è la contraddizione con esso del lavoro. Ma questo scenario sociostorico, in cui egli ha creduto, ed in funzione del quale ha promosso l’organizzazione internazionale del proletariato, non discende affatto dalla sua scienza dialettica dell’economia, nella quale il capitale non è né danaro, né strumentazione tecnica, né potere borghese, ma rapporto sociale, dotato di una dinamica autoriproduttiva socialmente sempre più inclusiva. Una volta che si è instaurato il capitale, inteso come rapporto sociale dialetticamente autoriproduttivo, il lavoro non gli si contrappone come un’altra realtà, ma si svolge come sua propria articolazione, e parimenti diventano sue articolazioni tutte le altre forze produttive. Scientificamente considerato, quindi, lo sviluppo del capitale altro non è che lo sviluppo della sua potenza sociale, il cui esito storico, permanendo il capitalismo, non può essere che la sussunzione ad esso dell’intero mondo empirico-storico, ovvero la sua potenza assoluta. Se la potenza assoluta del capitalismo, vale a dire un capitalismo coestensivo della formazione sociale, un capitalismo assoluto, è intellegibile nella sua genesi sul piano scientifico, il disfacimento del capitalismo inscritto nella sua potenza assoluta si mostra sul piano filosofico. Occorre capire, infatti, che ogni sistema sociale stabilmente strutturato, per quanto oppressivo, in quanto stabilmente strutturato esprime sul piano empirico qualche -sia pur empiricamente deformato- significato trascendentale. Il capitalismo è invece l’unico sistema il cui funzionamento è in contraddizione con la natura trascendentale umana. Se è tale, però, come ha fatto a nascere ed a svilupparsi? È nato perché è stato strumento indiretto dell’emersione storica di due significati trascendentali, il valore dell’individualità e quello dell’appartenenza nazionale, di cui sono state levatrici storiche le classi borghesi proprio attraverso la forza tratta dalla nuova economia del plusvalore di cui erano attrici e profittatrici. Si è sviluppato perché ha utilizzato per il suo funzionamento risorse non sue: le risorse politiche e spiritualmente coesive delle nazionalità, le risorse psichiche e comportamentalmente disciplinatrici della famiglia e della scuola borghesi, le risorse produttive dell’etica religiosa e corporativa del lavoro, le risorse socialmente regolatrici dei codici d’onore aristocratici. Ma l’utilizzazione di queste risorse presupponeva l’autonomia funzionale delle sfere in cui si formavano, e la parzialità sociale, per quanto determinatrice in ultima istanza degli indirizzi generali, del modo di produzione capitalistico. Una volta, perciò, che il modo di produzione capitalistico è diventato totalitario, sottomettendo direttamente alla sua logica di funzionamento tutte le sfere sociali, questa sua potenza storicamente assoluta avvelena le stesse risorse antropologiche di cui avrebbe bisogno. All’altezza del nostro tempo storico si rivela così come la vera contraddizione distruttiva da cui il capitalismo è segnato non sia una di quelle tematizzate dalla tradizione marxista (tra capitale e lavoro, tra borghesia e proletariato, tra forze produttive e rapporti di produzione), ma quella tra esso e la natura umana. La potenza che distruggerà il capitalismo sarà dunque la potenza stessa del capitalismo, dato che in futuro i suoi effetti universalmente destrutturanti non saranno più contenuti da forme organizzative precapitalistiche. La fine del capitalismo è sicuramente prossima, questione non di secoli, neanche di un secolo, ma di decenni.

Non crollo, ma disfunzionalità sociale del capitalismo

 Questa non è però affatto una buona notizia. La sua fine non sarà infatti certamente l’ora x sognata dal vecchio massimalismo socialista, cioè un crollo simultaneo e repentino di tutti i suoi elementi tale da determinare una nuova alba storica, né tanto meno una presa del palazzo d’Inverno, cioè una rivoluzione promossa da forze antagoniste, e tanto meno ancora la costruzione secondo un progetto di una nuova società. Sarà invece una crescente disfunzionalità, accelerata dagli squilibri economici cumulativi derivati, prodotta dal venir meno di ogni regolazione certa dei conflitti, di ogni progettualità oltre tempi sempre più brevi, di ogni intelligenza sociale nelle scelte imprenditoriali, della capacità stessa di mantenere un realismo pragmatico da parte di personalità sempre più psichicamente malate. Si tratta degli effetti inevitabili di una società rimasta, sotto la potenza assoluta del capitalismo, senza nazione, senza etica, senza istituzioni di formazione del pensiero e della personalità, in una maniera, cioè, in cui la natura umana non consente il mantenimento di alcuna stabilità sistemica, compresa quella del capitalismo. La verità di questo quadro si manifesta ad una comprensione filosofica, perché essa consente di sopportarne mentalmente il peso. Una mentalità non filosofica, infatti, non vede niente oltre la storia, alla quale può o non può sovrapporre un presupposto trascendente. Se perciò non trova ragioni e significati nella storia, si ritrova con un dio o con il niente. Non può quindi pensare la contraddizione del capitalismo con la natura umana se non orrelando questa natura ad una trascendenza divina o rendendola in se stessa, come sostanza originaria, una trascendenza, e facendone quindi un mito, che nel caso di una mentalità irreligiosa, non può che rifiutare. Senza poter attingere significati alla trascendentalità, a cui una mentalità non filosofica è cieca, un anticapitalismo non supportato da forze storiche appare vacuo e deserto di significati.

(da Arianna)

Commenti:

 #1 09 Agosto 2011 – 16:00 a detta di Tarpley http://www.cadoinpiedi.it/2011/07/17/attacco_alleuro_per_tutelare_il_dollaro.html#anchor cartabaggiana

#2 10 Agosto 2011 – 02:40 grazie Gabriè imaremmani

 #3 10 Agosto 2011 – 07:36 grazie a te pe gli estratti che pubblichi, Da’. cartabaggiana