Scambio e divisione del lavoro si condizionano reciprocamente. Quando ciascuno lavora per sé e il suo prodotto non rappresenta nulla ai propri fini, egli deve naturalmente operare uno scambio, non solo per partecipare alla produttività generale, ma anche per trasformare il proprio prodotto in un mezzo di sussistenza per se medesimo. (Vedi le mie «Osservazioni sull’economia» p. V (13, 14))23. È vero che lo scambio, in quanto mediato dal valore di scambio e dal denaro, presuppone l’universale dipendenza reciproca dei produttori, ma presuppone al tempo stesso il completo isolamento dei loro interessi privati ed una divisione del lavoro sociale, la cui unità e integrazione reciproca esiste, per così dire, come un rapporto naturale esterno agli individui, indipendente da loro. È la pressione reciproca della domanda e dell’offerta generali che media la connessione degli individui reciprocamente indifferenti. La necessità stessa di trasformare il prodotto o l’attività degli individui anzitutto nella forma di valore di scambio, in denaro, talché in questa forma materiale essi acquistano e attestano il loro potere sociale, dimostra due cose, e cioè 1) che gli individui producono pur sempre per la società e nella società; 2) che la loro produzione non è immediatamente sociale, non è il risultato di una associazione (the offspring of association) che ripartisce al proprio interno il lavoro. Gli individui sono sussunti alla produzione sociale, la quale esiste come un fato a loro estraneo; ma la produzione sociale non è sussunta agli individui e da essi controllata come loro patrimonio comune. Niente può essere dunque più falso e insulso che presupporre, sulla base del valore di scambio, del denaro, il controllo degli individui associati sulla loro produzione globale, come accadeva sopra con la banca delle cedole-orario. Lo scambio privato di tutti i prodotti del lavoro, delle capacità e delle attività è in antitesi sia con la divisione fondata sulla sovrordinazione e subordinazione naturale e politica (sia essa di carattere patriarcale, antica o feudale) degli individui tra loro (dove lo scambio vero e proprio è soltanto marginale o grosso modo tocca meno la vita di tutta la comunità di quanto piuttosto non intervenga tra comunità diverse, e in generale non sottomette affatto tutti i rapporti commerciali e di produzione), sia con il libero scambio tra individui associati sulla base dell’appropriazione e del controllo comune dei mezzi di produzione. (Quest’ultima associazione non è nulla di arbitrario: essa presuppone lo sviluppo di condizioni materiali e spirituali che a questo punto non possono essere ulteriormente analizzate). Come la divisione del lavoro genera l’agglomerazione, la combinazione, la cooperazione, il contrasto degli interessi privati, gli interessi di classe, la concorrenza, la concentrazione del capitale, il monopolio e le società per azioni — tutte forme antitetiche dell’unità, che provoca l’antitesi stessa —, così lo scambio privato genera il commercio mondiale, l’indipendenza privata una completa dipendenza dal cosiddetto mercato mondiale, e gli atti di scambio frammentati generano un sistema bancario e creditizio, la cui contabilità si limita a constatare i saldi dello scambio privato. Nel corso cambiario — per quanto gli interessi privati di ciascuna nazione la suddividano in altrettante nazioni quanti sono i suoi maggiorenni, e gli interessi degli esportatori e degli importatori di una stessa nazione siano in contrasto reciproco, — il commercio nazionale acquista una parvenza di esistenza ecc, ecc. Non per questo qualcuno crederà di poter sopprimere le basi del commercio privato interno od estero attraverso una riforma della borsa. Ma nell’ambito della società borghese fondata sul valore di scambio si generano rapporti sia di produzione che commerciali, i quali sono altrettante mine per farla saltare. (Una massa di forme antitetiche dell’unità sociale il cui carattere antitetico tuttavia non può essere mai fatto saltare attraverso una pacifica metamorfosi. D’altra parte se noi non trovassimo già occultate nella società, così com’è, le condizioni materiali di produzione e i loro corrispondenti rapporti commerciali per una società senza classi, tutti i tentativi di farla saltare sarebbero altrettanti sforzi donchisciotteschi).

Karl Marx dai “Lineamenti…”