” Non resterebbe dunque altro orizzonte esistenziale per l’uomo che quello costituire una risorsa umana idonea a creare valore nel sistema produttivo, pena l’impossibilità di sopravvivenza. Il sistema economico liberista globale abbisogna di continue innovazioni, ristrutturazioni industriali, mobilità estrema delle risorse produttive, allo scopo di adeguarsi continuamente agli standard di produttività e competitività emergenti dal mercato. Pertanto, il lavoratore è soggetto ad una instabilità permanente, a vivere come uno stato quotidiano di normalità quelle condizioni di emergenza e di precarietà che in passato erano proprie di periodi temporanei (anche se prorogati nel tempo) di gravi crisi economiche, o di eccezionalità dovute a calamità naturali, guerre, carestie straordinarie generalizzate.

 Tali condizioni sono rilevabili nella storia in concomitanza dei periodi post –
bellici o post – rivoluzionari, ma le situazioni di emergenza erano però percepite come fasi necessariamente propedeutiche a future prospettive di sviluppo e/o alla edificazionedi una nuova società, alla realizzazione cioè di società ideali incardinate su valori umani immanenti alla storia. Di immanente nella società globalizzata c’è invece solo la precarietà e l’incubo del futuro prossimo. La precarietà è infatti una condizione che coinvolge la totalità sociale e quindi, oltre che i lavoratori subordinati, anche il menagement, che, allo scopo di rendere l’impresa flessibile alle esigenze della competitività del mercato globale, assume una struttura dinamica e flessibile, nelle tecniche di produzione, nella delocalizzazione degli impianti, nell’impiego delle risorse. La vecchie grandi concentrazioni industriali, hanno da tempo ceduto il passo alla frammentazione in una miriade di newco delocalizzate, ognuna legata ad un progetto di sviluppo a breve termine. In tale contesto, sia il manager che l’operaio sono accomunati da un destino precario permanente, quali risorse umane fungibili, impiegabili in un progetto a breve termine.

La concorrenza selvaggia del nuovo capitalismo non genera l’eccellenza delle tecniche di produzione, né nuovi investimenti, la cui ricaduta sociale produrrebbe miglioramenti del tenore di vita dei lavoratori, ma solo tecniche di sopravvivenza di tutti i propri componenti, la cui esistenza è direttamente dipendente dai progetti industriali a breve termine. Allo stesso modo, se la concorrenza del vecchio capitalismo industriale doveva, almeno in teoria, generare, attraverso una selezione darwiniana, l’eccellenza delle capacità imprenditoriali e delle conoscenze innovative in campo tecnico e scientifico, il nuovo capitalismo ha sostituito il mito prometeico della conquista di sempre nuovi orizzonti del progresso e della civilizzazione umana, con la capacità di sopravvivere alla emergenza connaturata alle condizioni di
precarietà permanente. La “strategia di sopravvivenza”, come definita da Lasch, produce individualità deboli, ma perfettamente omologabili ai mutamenti ciclici dei mercati e comunque integrabili in un modo di produzione che non richiede stabilità e finalità umane ulteriori alla logica della sopravvivenza, cui è legato l’intero sistema. Il senso dell’essere è sostituito dalla “strategia di sopravvivenza”.” (Luigi Tedeschi)