Sovraproduzione di capitale non significa mai altro che sovraproduzione di mezzi di produzione –mezzi di lavoro e mezzi di sussistenza – in grado di funzionare come capitale, cioè d’essere utilizzati per sfruttare il lavoro a un dato grado di sfruttamento, poiché la discesa di questo grado di sfruttamento al di sotto di un certo punto provoca perturbazioni e ristagni nel processo di produzione capitalistico, crisi, distruzione di capitale. Non v’è nulla di contraddittorio nel fatto che a questa sovraproduzione di capitale si accompagni una più o meno grande sovrapopolazione relativa: le stesse circostanze che hanno elevato la forza produttiva del lavoro, aumentato la massa delle merci prodotte, esteso i mercati, accelerato l’accumulazione del capitale, sia come massa sia come valore, e diminuito il saggio di profitto, le stesse circostanze hanno creato e creano una sovrappopolazione relativa; una sovrappopolazione di operai che il capitale sovrabbondante non impiega a causa del basso grado di sfruttamento del lavoro al quale soltanto li si potrebbe impiegare, o almeno a causa del saggio di profitto troppo basso che se ne otterrebbe a grado di sfruttamento dato.

Se si spedisce capitale all’estero, ciò non avviene perché sia escluso in assoluto che lo si possa impiegare in patria; avviene perché all’estero lo si può impiegare ad un saggio del profitto più alto. Ma questo capitale è capitale sovrabbondante in assoluto per la popolazione operaia occupata e per il dato paese in generale; esiste come tale accanto alla popolazione relativamente sovrabbondante, e fornisce un esempio di come i due fenomeni coesistano e si condizionino a vicenda.

D’altra parte la caduta del saggio di profitto legata all’accumulazione genera necessariamente una lotta di concorrenza. La compensazione della caduta del saggio di profitto grazie all’aumento della massa di profitto vale soltanto per il capitale totale della società e per i grandi capitalisti già saldamente impiantati. Il capitale addizionale nuovo, agente per proprio conto, non trova invece, bell’e pronto queste condizioni compensatrici, deve prima conquistarsele, per cui è la caduta del saggio di profitto a provocare la lotta di concorrenza fra i capitali e non viceversa. […]

Poiché il capitale non ha come scopo la soddisfazione dei bisogni, ma la produzione di profitto, e raggiunge tale scopo solo grazie a metodi che regolano la massa della produzione in funzione della sua scala, e non viceversa, è inevitabile che si crei una discrepanza continua tra le dimensioni limitate del consumo su base capitalistica e una produzione che tende costantemente a superare il proprio limite immanente. Del resto il capitale si compone di merci, quindi la sovraproduzione di capitale implica sovraproduzione di merci. Di qui lo strano fenomeno per cui gli stessi economisti che negano la sovraproduzione di merci ammettono quella di capitale. Se si dice che non si verifica sovraproduzione generale, ma sproporzione fra i diversi rami di produzione, ciò non significa se non che, nell’ambito della produzione capitalistica, la proporzionalità dei singoli rami di produzione si presenta come costante processo di superamento della sproporzionalità, perché qui il nesso interno dell’intera produzione, si impone agli agenti della produzione stessa come legge cieca, non come legge che, compresa e quindi dominata dal loro intelletto associato, abbia sottoposto il processo di produzione al loro comune controllo. Si pretende inoltre, con ciò, che paesi in cui il modo di produzione capitalistico non è ancora sviluppato debbono consumare e produrre nel grado che si addice ai paesi con modo di produzione capitalistico. Se si dice che la sovraproduzione è soltanto relativa, si ha perfettamente ragione; ma l’intero modo di produzione capitalistico è appunto un modo di produzione soltanto relativo, i cui limiti non sono assoluti anche se, sulla sua base, assoluti sono. Come potrebbe, altrimenti, far difetto la domanda delle stesse merci di cui la massa del popolo sente la mancanza, e come sarebbe possibile che si debba creare questa domanda all’estero, su mercati remoti, per poter pagare agli operai in patria la media dei mezzi di sussistenza necessari? Solo in questo specifico nesso capitalistico, infatti, il prodotto eccedente riceve una forma in cui il suo detentore può metterlo a disposizione del consumo solo quando esso si riconverta per lui in capitale. Se infine si dice che i capitalisti non hanno che da scambiarsi i loro prodotti e consumarli, si perde completamente di vista il carattere della produzione capitalistica, dimenticando che ciò di cui qui si tratta non è il consumo, ma la valorizzazione del capitale. In breve, tutte le obiezioni contro le manifestazioni tangibili della sovraproduzione […] vanno a parare nell’argomento che le barriere della produzione capitalistica non sono barriere della produzione in generale, quindi non lo sono neppure di questo specifico modo di produzione, il modo di produzione capitalistico. Ma la contraddizione del modo di produzione capitalistico risiede appunto nella sua tendenza allo sviluppo assoluto delle forze produttive, che entrano costantemente in conflitto con le specifiche condizioni di produzione in cui si muove, e soltanto può muoversi, il capitale.

Non è che si producano troppi mezzi di sussistenza in rapporto alla popolazione esistente. Al contrario. Se ne producono troppo pochi per poter soddisfare in modo decente ed umano la massa della popolazione.

Non è che si producono troppi mezzi di produzione per poter occupare la parte della popolazione idonea al lavoro. Al contrario. Prima si produce una parte eccessiva della popolazione, che non è realmente atta al lavoro; che, per le sue condizioni, dipende dallo sfruttamento di lavoro altrui, o da lavori che possono valere come tali solo nell’ambito di un modo di produzione miserabile. Non si producono, in secondo luogo, mezzi di produzione sufficienti perché tutta la produzione idonea al lavoro lavori nelle condizioni più produttive, quindi il suo tempo di lavoro assoluto si abbrevi grazie alla massa e all’efficienza del capitale costante impiegato nel corso del tempo di lavoro.

Ma periodicamente si producono troppi mezzi di lavoro e mezzi di sussistenza, per farli funzionare come mezzi di sfruttamento dei lavoratori a un saggio di profitto dato. Si producono troppe merci per poter realizzare nelle condizioni di distribuzione e nei rapporti di consumo dati dalla produzione capitalistica il valore in esse contenuto e il plusvalore ivi racchiuso, e riconvertirli in nuovo capitale, cioè per poter compiere questo processo senza esplosioni perennemente ricorrenti.

Non è che si produca troppa ricchezza. E’ che si produce periodicamente troppa ricchezza nella sua contraddittoria forma capitalistica [1].

[1] K.Marx. Il Capitale, Libro III, Cap.XV, UTET, pagg.327-330.

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