Pubblico l’articolo presente oggi su “La Repubblica” in cui Roberto Saviano anticipa i temi che oggi stesso tratterà nella think tank discussion a Zuccotti Park. Sto seguendo con interesse questo movimento americano, se non altro perchè nasce nell’ ombelico del mondo, dove in questo momento storico il capitalismo ha le forme più estreme ed avanzate, totalmente speculari a se stesso, ed esse forse sono anche più usurate. Per contro è nello stesso luogo che anche le forme della protesta civile potrebbero assumere una incisività che qui da noi non sembrano avere più.  Perchè lì dove c’è il pericolo c’è la salvezza.

PS del 20 Nov: per chi volesse leggere cosa Saviano ha effettivamente detto QUI
Eppure la storia del capitalismo americano ci dovrebbe insegnare che il capitalismo delinquenziale non è altro dal capitalismo industriale produttivo, entrambi convergenti nell’ accumulo finanziario, ma vi è una logica unitaria. Dico capitalismo produttivo e non produzione umana, atto simbolico in cui si sedimenta l’ aspetto fortemente qualitativo della tensione umana al progetto e alla sua realizzazione -alla prassi. Dico -ossessivamente- capitalistico perchè se all’interno della logica della produzione riconosco una ambizione propria e non alienata, nel modo di produzione riconosco la tomba di quello stesso slancio creativo.
 


“Io, tra gli indignati di Wall Street i ragazzi più forti del potere”

Oggi parlerò a Zuccotti Park, so che sarà un’esperienza del tutto nuova. La forza del movimento è centrifuga: unisce l’obiettivo, non la visione del mondo. In migliaia si stanno riappropriando della democrazia e stanno difendendo le sue regole.

Quando ho ricevuto l’invito di Occupy Wall Street per parlare a Zuccotti Park, sono stato subito sicuro di una cosa: avrei partecipato a qualcosa di totalmente diverso da quello che ero abituato a vivere in Europa. Questo movimento conserva solo da lontano le sembianze di una protesta sociale come le abbiamo viste negli ultimi vent’anni. Osservando i volti, le parole, le scelte, i comportamenti, ci si accorge che questa mobilitazione è del tutto nuova. Mantiene al proprio interno un legame necessario con tutto quello che è stata la storia dei movimenti sociali americani, ma c’è qualcosa di diverso che sta cambiando per sempre la sintassi della protesta nel mondo. La sua forza è centrifuga, ciò che unisce è l’obiettivo, non la visione del mondo.

Sono molto diversi i cuori che sincronizzano i loro battiti a Zuccotti Park, le menti di coloro che si ritrovano per ragionare insieme. Alcuni sono liberali, alcuni anarchici, altri si dichiarano socialisti, libertari, ambientalisti, democratici, e ci sono persino ragazzi che si definiscono repubblicani. Troviamo ragazze e ragazzi atei e molti credenti. Ci sono musulmani, ebrei, indù, buddisti e cristiani. Molti ventenni, ma tanti manifestanti sono più maturi. Ci sono studenti e disoccupati, però la maggior parte di chi protesta ha un lavoro: insegnanti, consulenti finanziari insoddisfatti, istruttori di Pilates, infermieri. Questa è la prima grande differenza che ho incontrato. Tutti cercano di dare risposte a domande che si pongono milioni di persone. Perché se studio molto non riesco a trovare lavoro? Perché se sono bravo sul lavoro non riesco a guadagnare di più? Perché non posso permettermi una scuola decente e cure mediche adeguate? Perché la finanza sta creando ricchezza ma non sviluppo? Perché anche quando sbagliano i finanzieri non pagano mai? Perché i broker hanno bonus milionari anche quando hanno guadagnato solo da speculazioni?

I ragazzi di Occupy ti dicono che se senti tue quelle domande, puoi provare a rispondere insieme a loro. A Zuccotti Park ci si incontra e si discute per vedere se è possibile trovare le ragioni per impegnarsi in una protesta condivisa. Occupy Wall Street vuole comunicare un concetto semplice e immediato: tutto questo vi riguarda. Riguarda voi e le vostre vite. Riguarda i vostri figli, i vostri genitori e i vostri nonni. Riguarda i figli che non farete se le condizioni non cambieranno.
Questa fiducia in un movimento capace di includere è il contrario di quanto ho visto spesso in Italia, dove si sottolineano le differenze per non aggregarsi, dove si dibatte su chi ha tradito, dove ci si isola andandone fieri perché il vicino è sempre troppo moderato o troppo radicale, o è amico del nemico. Invece a Zuccotti Park non c’è la gara per chi dev’essere incoronato re degli oppositori, non si cercano i depositari più autentici dei sentimenti critici dei cittadini. Per cogliere appieno questa diversità molteplice che è stata in grado di farsi movimento, invito tutti a guardare le foto, i video, e leggere cosa dicono i manifestanti. Lì risiedono i loro programmi. Non sono trattati di economia, né manifesti politici. Sono riflessioni possibili che sgorgano dalla condivisione di singole esperienze.

Un ragazzo sorridente tiene in mano il suo cartello su cui c’è scritto: “I media tradizionali vogliono farvi credere che io sia un punk disoccupato anarchico che sostiene il comunismo. La verità è che sono uno studente universitario di 19 anni che fa due lavori per potersi permettere un’istruzione esageratamente cara. Sto inseguendo i miei sogni mentre Wall Street continua a speculare sul mio futuro. Se non vado bene nello studio, vengo cacciato dall’università. Se non faccio bene il mio lavoro, vengo licenziato. Quando quelli che lavorano a Wall Street mentono, imbrogliano e rubano, ricevono stipendi da record e bonus enormi. Mi rifiuto di stare zitto mentre i miei concittadini soffrono per le azioni incaute e irresponsabili di qualcuno nella nostra economia. Io sono la maggioranza. Io sono il 99%. Sorrido perché so che il potere delle persone è molto più forte delle persone al potere”.

È questo il linguaggio con cui Occupy Wall Street si batte contro la disuguaglianza economica e sociale sviluppatasi soprattutto a seguito della crisi del 2008, dopo la quale è stato riservato un diverso trattamento ai debiti delle grandi finanziarie e a quelli dei cittadini. Chiedono più lavoro e lavori migliori, una più equa distribuzione della ricchezza, riforme bancarie e una diminuzione dell’influenza delle aziende sulla politica. Ma lo fanno con ciascuna delle loro voci singole, come un coro polifonico, e con ciascuno dei loro corpi accampati nei parchi o altrove, come una ripresa delle prime pratiche della democrazia, quando l’agorà era il centro della polis. Occupy Wall Street è fermamente antigerarchica: non ha costruito un leader, né un portavoce, anche perché finora il movimento si è rifiutato di avanzare rivendicazioni specifiche  –  questa di solito l’accusa che gli viene mossa dai suoi oppositori. Il motivo per cui sono stato invitato è quello di innescare una riflessione su quanto tutto questo abbia a che fare con l’Italia, dove la crisi è arrivata in maniera durissima e dove si sta radicando una protesta simile per slogan e identica per motivazioni a quella che da Zuccotti Park ha cominciato a dilagare negli Stati Uniti.

A Zuccotti Park andrò a parlare di come le mafie si stanno mangiando l’economia, perché la crisi innescata dalla speculazione finanziaria, creando problemi di liquidità alle banche, ha aperto enormi territori d’azione ai mafiosi di tutto il mondo che invece dispongono di liquidità inimmaginabili. Si comincia dal semplice strozzinaggio per chi non riesce a pagare un mutuo e si arriva alla possibilità di comprarsi imprese, immobili, quote societarie e infiltrarsi ovunque.

Il fatto curioso è che il movimento aveva ricevuto una delle spinte iniziali dal gruppo canadese di attivisti Adbusters che a luglio invitava a occupare “il più grande corruttore della nostra democrazia: Wall Street, la Gomorra finanziaria d’America”. Avevo usato la stessa metafora per descrivere il potere della camorra, ora invece la città biblica è divenuta simbolo del potere distruttivo della finanza. Lo slogan “Noi siamo il 99%”, si riferisce alla differenza negli Stati Uniti tra l’1% dei ricchissimi e il resto della popolazione. Secondo il Congressional Budget Office, dal 1979 al 2007 il reddito del 90% delle famiglie è diminuito di 900 dollari, mentre quello dell’1% è cresciuto di più di 700mila dollari. Dopo la Grande Recessione iniziata nel 2007, la percentuale di ricchezza totale detenuta da quell’1% della popolazione è addirittura passata dal 34,6% al 37,1% e il gap tra l’1% e il 99% si è ampliato ulteriormente. Una disparità mostruosa che, mancando la volontà di intervenire, sembra destinata a non subire modifiche. Volevano occupare Wall Street per due mesi e ci sono quasi riusciti. Dal 17 settembre fino a pochi giorni fa i dimostranti non hanno mai abbandonato l’accampamento di Zuccotti Park, nonostante la neve. La piazza è stata attrezzata con una cucina che fornisce pasti gratuiti  –  ha dato una mano persino l’ex chef di un grande albergo  –  punti informazione, bidoni per la spazzatura differenziata, una biblioteca con libri donati, un pronto soccorso, un media center dove è possibile usare il proprio laptop e attaccarsi a una spina. Inizialmente la corrente veniva da un generatore a gas, ma da quando i Vigili del Fuoco lo rimossero per pericolo d’incendio, per produrre l’energia vengono usate biciclette collegate con un motore e un diodo a senso unico.

A Zuccotti Park ci sono psicologi che forniscono assistenza ai disoccupati, una cassetta delle lettere che riceve un continuo flusso di corrispondenza e pacchi dono con gli oggetti più disparati  –  dalle batterie per fare foto e video a barrette di cereali e spazzolini. C’è persino chi, in tutto il paese, paga con propria la carta di credito il cibo da far consegnare dai fast-food e dalle pizzerie vicine. Ogni giorno si tengono due assemblee generali, ma siccome a New York occorre un permesso anche per un megafono e Occupy Wall Street non è autorizzata, i contestatori si sono inventati il “microfono umano”. La persona che sta facendo un discorso si ferma, lasciando che le persone vicine ripetano quel che ha detto, e questo produce un ulteriore effetto aggregante. Tra le 100 e le 200 persone hanno dormito ogni notte a Zuccotti Park, e anche i loro sacchi a pelo sono spesso donati. Secondo alcune fonti, fino al 27 ottobre 2011, hanno ricevuto circa 500mila dollari in donazioni.

Tutto questo però è stato smantellato. All’una di notte del 15 novembre Zuccotti Park è stato sfollato. Ma i manifestanti non si sono persi d’animo e hanno deciso di spostarsi a Foley Square, poi a Duarte Square, infine verso il ponte di Brooklyn. Il metodo del movimento è straordinario. Sanno che i media si occupano delle proteste quando ci sono scontri, violenze e arresti. Ma sanno anche che quando i media si occupano degli scontri, spariscono le idee e le critiche che la protesta esprime. I metodi della non violenza e della disobbedienza civile sono abbracciati e divulgati in tutti i loro aspetti. Vorrei dire a questi ragazzi che stanno facendo molto. Stanno riappropriandosi della democrazia e stanno difendendone le regole, difendendo l’assunto che l’economia debba sottostarvi. Ma cercherò soprattutto di sentire un calore speranzoso che ho perso da molto tempo e che sento sempre meno in Italia, quello espresso dal ragazzo sorridente e dal suo cartello. Sorrido perché so che il potere delle persone è molto più forte delle persone al potere.

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